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RODIN E L'ITALIA

di Laura Gigliotti

Commissionata all'artista nel 1885 per rievocare l'eroismo di coloro che si erano opposti nel 1347 fino allo stremo all'assedio del re d'Inghilterra per poi consegnare la città al nemico, I borghesi di Calais è uno dei capolavori che si possono ammirare nella mostra Rodin e l'Italia aperta all'Accademia di Francia di Villa Medici fino al 9 luglio (catalogo Edizioni De Luca). Ispirata alle Cronache di Froissart e alla scultura rinascimentale italiana l'opera che rappresenta non un singolo eroe ma un gruppo di persone poste di fronte a una decisione difficile, esposta all'aperto fin dal 1895 davanti al municipio di Calais, presentava macchie nere e segni di corrosione. Ora viene restaurata nei giardini della Villa sotto gli occhi dei visitatori da Antoine Amarger, già pensionnaire dell'Accademia di Francia che è intervenuto sui bronzi del Museo Rodin di Parigi, affiancato da alcuni restauratori italiani. Sono presenti circa 80 sculture (bronzi, gessi e marmi), 30 disegni e 40 fotografie per conoscere Rodin e il suo rapporto con la classicità, con Dante, con il Rinascimento e il Barocco. Peccato che si tratti in maggioranza di fusioni piuttosto recenti, originali perché tratte dal Museo Rodin, ma diverse per patina da quelle eseguite vivente l'artista o subito dopo la sua morte. Si sa che Rodin produceva direttamente solo piccoli modelli, affidando a sbozzatori e fonditori l'esecuzione delle opere grandi anche se controllava minutamente tutte le fasi della lavorazione. Lungo le sale e i giardini della Villa si snoda un percorso affascinante e spettacolare che segna le tappe principali della vita dell'artista attraverso opere fondamentali nella storia della scultura del Novecento come L'Uomo che cammina, oggi conservato al Museo d'Orsay, che torna a Roma dove il primo esemplare in bronzo rimase esposto dal 1912 al 1923 nel cortile di Palazzo Farnese, sede dell'Ambasciata di Francia, come La Porta dell'Iinferno, che rimanda alla Porta del Paradiso, di Lorenzo Ghiberti, ma influenzata da Dante, come Il bacio ispirato a Paolo e Francesca, o il Pensatore frutto dell'ammirazione di Rodin per il Giuliano delle tombe medicee. A Roma Rodin tornò almeno una decina di volte dopo il suo primo viaggio nel 1876 e Roma fu la meta anche nel 1915 del suo ultimo soggiorno all'estero (morirà due anni dopo), quando scolpisce un busto di papa Benedetto XV. Roma, Firenze, Napoli, la civiltà classica e rinascimentale, il Barocco e Bernini sono i grandi amori dello scultore che rifiutato dall'Ecole des Beaux-Arts aveva conservato nello scolpire una certa libertà. In Italia scopre e si innamora di Michelangelo quando vede per la prima volta le tombe medicee. "Tutto quello che ho visto in fotografia in gesso non dà la minima idea della sagrestia di San Lorenzo", scrive e di tutto quello che vede a Firenze cita un nome solo: Michelangelo. La mostra romana rilegge l'opera di Rodin attraverso i suoi debiti di memoria. Dante come filo conduttore di opere come La Porta dell'Inferno, il Rinascimento per il modello fremente di vita, Michelangelo per il fascino del non finito, sculture che vengono esposte incompiute quasi a lasciare aperte al visitatore tutte le porte dell'immaginazione, il Barocco fonte diretta di opere come la Testa del dolore e il Ruscello scavalcato da mettere in rapporto con Bernini e infine l'antichità che ha segnato profondamente la sua evoluzione artistica nell'ultima parte della carriera guidandolo verso un tipo di scultura ridotta all'essenziale. "In arte, bisogna saper sacrificare", diceva. E ancora "L'errore è quello di iniziare dall'Antichità, mentre è con essa che si dovrebbe finire".

Accademia di Francia a Villa Medici, via di Trinità dei Monti, 1
fino al 9 luglio 2001
Orario : tutti i giorni dalle 10.30 alle 19.30 Chiuso il martedì

LA PARIGI DI BOLDINI, DE NITTIS E ZANDOMENEGHI

di Susanna Paparatti

E' stata certamente la grande Esposizione Universale di Parigi del 1855 a sollecitare i viaggi nella capitale francese di numerosi artisti italiani. L'atmosfera cosmopolita che aleggiava a Parigi negli ultimi decenni del XIX secolo ne faceva senza dubbio una delle più importanti città d'Europa e l'ambiente artistico in generale non poteva fare a meno di trarre da questo evento, impulsi e linfa nuovi. Trasferte brevi e lunghi soggiorni, o addirittura seconde residenze parigine diventano in quel periodo un vezzo per gli artisti che se lo potevano consentire. Un rito, un fiore all'occhiello, un simbolo al quale era difficile sottrarsi. A questo periodo ed al clima innovativo s'ispira la mostra da poco inauguratasi al Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, dal titolo significativo "...Parigi o cara... Boldini, De Nittis e Zandomeneghi. Mondanità e costume nella Parigi fine '800". Questi tre grandi esponenti della pittura italiana maturarono la loro arte con un occhio rivolto ai modelli dell'Impressionismo francese, dando vita contestualmente ad una delle più ricche e raggianti stagioni dell'arte italiana dell'Ottocento. La mostra in corso a Trento fino al 29 luglio pone in evidenza il ruolo che questi ebbero all'interno del clima e delle interferenze fra l'ambiente pre-impressionista francese e la cultura artistica italiana: un travaso che caratterizzò la pittura fin de siécle. Il primo ad intrattenere evidenti rapporti con gli Impressionisti fu Giuseppe De Nittis che parteciperà alla prima mostra del gruppo, mantenendo con i suoi rappresentanti un intenso rapporto di amicizia. Il più influenzato dall'arte parigina è certamente stato Zandomeneghi che, oltre ai contatti avuti con la scuola impressionista, fu per espressioni compositive, colori e pennellate uno fra i più significatici esponenti di quel periodo e di quel contesto. Distante dalla formula Impressionista era invece Boldini che però coltivava un personalissimo stile, inconfondibile e certamente ben rappresentante l'atmosfera dell'epoca. Nato a Barletta nel 1846 De Nittis studiò all'Istituto di belle Arti di Napoli, come maestri Mancinelli e Smargiassi. Nel 1864, già ultimati gli studi, la celebre tela "L'appuntamento nel bosco di Portici", opera carica di quel luminoso naturalismo, proprio della scuola di Portici capeggiata da Marco De Gregorio. Poi i viaggi di studio in Italia, a Firenze, dove si avvicinò ai macchiaioli dai quali apprese ancor più quel tocco prospettico e solare. Nel 1868 il primo viaggio a Parigi, dove eseguì numerose opere in costume per il mercante Goupil. Dopo il rimpatrio per la guerra del 1870 De Nittis ricevette i primi riconoscimenti parigini, è il 1872 quando viene celebrato con "La strada da Brindisi a Barletta". Da questo momento l'ascesa fu costante, le sue tele raffiguravano sempre più le scene di vita parigina che tanto lo resero celebre negli ultimi anni. Nel 1874 fu imposto da Degas che lo contrappose a Renoir ed altri, ma pur esponendo con gli Impressionisti De Nittis non ne fece mai parte integrante. Mondano, acuto, realista, luminoso, egli dipingeva la vita della Belle èpoque. Veneto, classe 1841 Federico Zandomeneghi si formò a Firenze con i Macchiaioli, con i quali trasformò gli stilemi dell'epoca. La sua arte risentì dell'operato del Cammarano, volgendo ad un verismo sociale ben delineato dalle tele "Gli spazzini di Campo S.Rocco" e "I poveri sui gradini del convento dell'Ara Coeli a Roma". La sua permanenza a Parigi in realtà doveva essere circoscritta al classico viaggio: vi rimase sino alla morte, avvenuta nel 1917. Il suo legame con gli Impressionisti fu sancito con la partecipazione alla quarta, quinta, sesta ed ultima mostra del gruppo, negli anni 1879,1880, 1881 e 1886. La sua formazione macchiaiola non abbandonò mai la sua arte, oramai largamente influenzata da Monet, Degas, Renoir; da questi Zandomeneghi trasse alcuni spunti che rielaborò con decisa personalità, genuina e sensuale. Pur distaccato dalla formula degli Impressionisti francesi Giovanni Boldini, nato a Ferrara nel 1842 è per eccellenza il simbolo di quella vita mondana e fantastica, fatta di classe e lusso, della Parigi fine secolo. Il padre Antonio pittore, allievo di Tomaso Minardi, gli trasferì l'amore per l'arte e Boldini eseguì, a soli sedici anni, il suo autoritratto: una delle opere ancor oggi più ammirate. Al pari di Zandomeneghi, si trasferì a Firenze, legandosi al gruppo dei Macchiaioli, in particolar modo al ritrattista Michele Gordigiani. Fu questi ad introdurre il giovane Boldini nell'alta società straniera che viveva e transitava nella città: al seguito di Sir Corwaills si recherà a Londra, con Falconer la prima volta nella capitale francese, dove nel 1871 si stabilirà quasi definitivamente. La sua pittura risente anche delle influenze inglesi; i suoi ritratti, quasi sempre di belle ed eleganti signore della borghesia, diventano il suo biglietto da visita. E' indiscusso artista della Belle Epoque ed il languore, ora sensuale, ora austero, o ingenuo delle sue donne, ritratte da abili pennellate, non sarà eguagliato da alcuno. Come l'amico e collega De Nittis, Boldini si allontanerà, naturalmente, dal gruppo dei Macchiaioli, pur non perdendo l'amicizia ed i contatti con alcuni di loro. Numerosi i viaggi, in Spagna con Degas, in Germania, in America ed in Italia. Forse sarà un caso ma i nostri tre artisti moriranno in Francia e saranno sepolti a Parigi. "...Parigi o cara... " espone un centinaio di opere selezionate provenienti da musei nazionali e internazionali, oltre che da varie collezioni private. Tele celebri, come "Fuoco d'artificio" di Boldini, proveniente dal Museo Boldini di Ferrara; di De Nittis "La signora con cane" dal Museo Civico di Rivoltella a Trieste, emblematica rappresentazione del periodo analizzato. Poi opere di Zandomeneghi alcune delle quali appartenenti al nucleo della collezione Mondadori di Palazzo Te a Mantova.

MART, Palazzo delle Albere, via R.da Sanseverino, 45 Trento
Tel. 0461/234860
Fino al 29 luglio
Ingresso 10.000 lire
Visite guidate e prenotazioni

A VICENZA GLI ARTISTI MENO CELEBRATI DEL '900

di Susanna Paparatti

Innovativa, ricca, unica, l'arte italiana del secolo appena concluso può essere certamente riassunta in questi tre aggettivi che ne rimarcano l'importanza in ambito internazionale. Eppure non tutti i pittori e gli scultori del periodo che vantano accertata fama, hanno avuto spazio nelle maggiori rassegne d'arte in campo nazionale. E'dunque per ovviare a questa mancanza che nella Basilica Palladiana a Vicenza, è stata allestita la mostra dal titolo "Novecento nascosto". L'esposizione, che in questa fase rientra nella prima parte di un programma che si concluderà il prossimo anno, traccia un percorso che, partendo dalla Toscana, giunge alle Tre Venezie passando per l'Emilia: nel 2002 invece si porteranno a luce le realtà del resto del Paese. Allontanandoci dalle polemiche relative alla selezione degli artisti in mostra alle Ex Scuderie Papali al Quirinale a Roma, per la rassegna "Novecento", ecco che "Novecento nascosto" acquista un duplice valore, in parte riparatore. La mostra di Vicenza mette a fuoco il periodo dal 1900 al 1950, con particolare attenzione agli anni fra le due guerre; in mostra artisti che, superate le avanguardie storiche e parallelamente al ritorno all'ordine, praticarono un'originale ed autonoma ricerca che li portò, spesso, ad esiti brillanti. Ad esempio Grazzini e Salimbeni furono fra i primi ad accettare i dettami dell'espressionismo europeo; poi alcuni degli italiani a Parigi che riuscirono a far sposare i nuovi fermenti alla tradizione italiana. Fra gli autori che si possono ammirare ecco Alfredo Protti (1882-1949) e Giovanni Romagnoli (1893-1976) che con le loro realizzazioni femminili in pittura e scultura restarono fuori delle correnti ufficiali, pur sancendo l'equilibrio fra figurazione dell'Accademia e delle Avanguardie. Oppure Giovanni Romagnoli, in mostra con due dipinti ed una terracotta presentata alla personale aperta nel corso della Seconda Quadriennale d'Arte di Roma del 1935. A documentare i maggiori livelli della scultura toscana degli anni '30 e '40, successivi alla generazione di Ardengo Soffici e Libero Andreotti, abbiamo in mostra le opere di Bruno Innocenti (1906-1986) e Quinto Martini (1908-1990). Poi Gino Brogi (1902-1989) che resterà fedele nella sua parallela ricerca pittorica ai valori novecenteschi. Legato alle rappresentazioni paesaggistiche e figurative il trevigiano Nino Springolo (1886-1975) che coniugò la sua arte con le avanguardie tedesche studiate durante il suo soggiorno a Monaco. Parallelamente a questi autori ed agli altri presenti in mostra, vogliamo citare due artisti italiani che hanno fatto parte del gruppo degli Italiens de Paris, ovvero Anton Luigi Gajoni (1889-1966) ed Osvaldo Medici del Vascello (1902-1978). Solidali a De Pisis e De Chirico, Savinio e Severini e presenti nella capitale francese dalla fine degli anni '20 agli anni '40 svolsero un'accurata ricerca artistica in sintonia con il nuovo gusto europeo; ricerca che trasferirono in patria al loro rientro.

Basilica Palladiana - Spazio LaMeC - Laboratorio per l'Arte Moderna e Contemporanea
Vicenza, P.zza dei Signori
Fino all'8 luglio
Orario 10.30-13.00 e 15.00-18.30, lunedì chiuso
Ingresso 5.000 lire ridotto 3.000
Informazioni allo 0444/222101
Catalogo in mostra

Alla chiesa di San Domenico in Arezzo

IL PRODIGIO DEL CRISTO DI CIMABUE

di Laura Gigliotti

Nel '94 le prime indagini diagnostiche, nel '97 l'inizio dei lavori di restauro vero e proprio e il 7 aprile 2001 l'inaugurazione alla presenza del Presidente della Repubblica Ciampi. L'opera di straordinaria bellezza è il Crocifisso ligneo di Cimabue di Arezzo, la prima conosciuta e la meglio conservata del maestro di Giotto, ma oggetto di studio solo in tempi recenti. Venne eseguita da Cimabue negli anni Sessanta del Duecento per la Chiesa dei Domenicani, dove è sempre rimasta (a questo deve la sua fortuna), e in origine doveva essere posta sull'altar maggiore, poi rimase a lungo sopra la porta d'ingresso sconosciuta e quasi dimenticata fino a che nel '27 il grande storico dell'arte Pietro Toesca non ne fissò l'attribuzione, ora accettata da tutti, a Cimabue. Scarse le notizie sulla Croce come sul suo autore, di essa non parla nemmeno l'aretino Vasari, proprio lui che riconosce Cimabue come il fondatore della pittura, il pittore moderno, l'intellettuale, il tecnico che si stacca dai grandi artigiani della sua epoca e che può stare alla pari con i poeti. Un ruolo ribadito con forza da Dante nel Purgatorio quando incontra il miniatore Oderisi da Gubbio fra i superbi ricordando come la fama del pittore sia allora oscurata dal "grido" di Giotto. Di primaria e rilevantissima importanza la Croce di Cimabue rappresenta il punto di snodo della storia dell'arte dal Medio Evo all'età moderna. L'opera che risale alla giovinezza dell'artista, prima del suo arrivo a Roma, e che risente degli echi della pittura pisana e delle tipologie bizantine, tenuta sotto controllo dai tecnici, mostrava segni di movimento nel legno, una frattura all'altezza del busto del Cristo e più insidiosi di tutti i buchi visibili dei tarli. Indagini sofisticatissime come la riflettografia hanno mostrato uno stupefacente disegno monocromo del corpo del Cristo predisposto dall'artista prima della stesura dei colori preziosi e delle dorature, mentre fotografie all'infrarosso, all'ultravioletto e a luce radente hanno messo in evidenza dei piccoli sollevamenti di colore e l'urgenza di un intervento per eliminare il pericolo dei tarli. Prima di intervenire sulla pellicola pittorica, le tavole di legno di pioppo e di castagno (le traverse di sostegno), perfettamente conservata come se fossero appena uscite dalle mani dei "legnaioli", dicono i tecnici, sono state trattate utilizzando una miscela di di gas di azoto e anidride carbonica in modo da uccidere insieme agli insetti anche le uova e le larve. Quindi si è passati al restauro vero e proprio eseguito dal Daniela Galoppi e Laura Ugolini sotto la direzione di Anna Maria Maetzke della Soprintendenza di Arezzo, con la collaborazione del CNR e dell'Università di Firenze e il sostanziale sostegno finanziario della Banca dell'Etruria e del Lazio, già sponsor degli affreschi con le Storie della Vera Croce di Piero della Francesca. Un intervento molto delicato, dice la Maetzke, che ha eliminato "le vecchie vernici bituminose che in parte nascondevano la luminosità dello smalto dei colori puri,stesi con tecnica perfetta, la trasparenza della lacche e degli ori meccati, l'intensità dell purissimo lapislazzuli che caratterizza le due parti della Croce su cui Cristo si staglia, e sottolinea i densi partiti di pieghe del manto di San Giovanni caratterizzato dalle classiche partiture a oro che seguono i modelli bizantini".

Arezzo, Chiesa di San Domenico
Fino al 6 gennaio 2002

 

DAL '500 AL '900, MAGNIFICENZE E MITI DEL GRAND TOUR IN ITALIA

di Susanna Paparatti

Il 'viaggio in Italia' o come si è soliti dire il 'grand tour', intrapreso nei secoli scorsi da uomini di cultura di tutto il mondo, alla volta delle bellezze paesaggistiche, artistiche ed architettoniche del nostro Paese, era ritenuto basilare per la formazione stessa della persona. Il primo che viene in mente è certamente Goethe che, proprio sulla specifica esperienza, scrisse uno dei libri più noti, 'Viaggio in Italia'. Ovviamente quello descritto è in gran parte il ritratto di un territorio a noi sconosciuto: la campagna non è più la stessa, le città modificate ed ampliate, la vita ed i suoi ritmi trasfigurati; così come il viaggio stesso, ed il tempo del quale necessitava per essere meglio vissuto, assaporato, ricordato, trasmesso. "...Ed eccoci arrivati a Messina - appunta lo scrittore - se non si è mai stati, se pure per qualche momento, tutt'intorno circondati dal mare, non si può avere un concetto giusto del mondo..." Letterati, pittori, scultori, architetti e classi sociali abbienti trascorrevano in Italia mesi interi per conoscere Roma, Venezia, Firenze, Milano, Parma, Napoli, Genova e molte altre città. E' il Palazzo Ducale di Genova che oggi, sino al 29 luglio, accoglie la bellissima mostra intitolata 'Viaggio in Italia. Un corteo magico dal '500 al'900' dove, con dovizia d'opere ed informazioni, si regala al visitatore un significativo spaccato di quel Paese sognato da tanti, studiato da alcuni ed amato da tutti. Quadri celebri, semplici schizzi, appunti e diari, oggetti e libri, che diciassette celebri viaggiatori stranieri, nell'arco di un vasto arco temporale, hanno lasciato al mondo dopo questa unica esperienza. Viaggiatori che spesso, oltre al beneficio culturale apportato dalla permanenza italiana, inseguivano anche altre motivazioni che restavano però in secondo piano, dopo aver guardato e conosciuto il patrimonio culturale del nostro Paese. Ad esempio è certo che alla fine del Cinquecento Michel Eyquem de Montaigne giunse in Italia più che per i suoi celebri Saggi, per cercar rimedio ai suoi calcoli renali nelle molte località termali. Perfino il pittore fiammingo Rubens, in Italia nel Seicento, aveva oltre alla pittura, interesse si può dire 'diplomatico', dal momento che dopo Venezia, e prima di Genova e d'altre città, si trasferirà a Mantova perché, già pittore di corte, diverrà consigliere e diplomatico del duca Vincenzo Gonzaga. Intento dei curatori dell'esposizione è stato proprio quello di tracciare un filo conduttore che sì, cammina parallelo al 'grand tour' ed al suo significato, ma sottolinea nella scelta dei personaggi, una speciale affinità nell'essere coinvolti dalla vita stessa che, di secolo in secolo, di evento in evento, si troveranno a vivere. Insomma, si è inteso dare spazio alla impalpabilità di incontri e coincidenze, vicende personali spesso non ineccepibili. Luoghi, persone, sensazioni si intrecciano nella vita dei nostri diciassette personaggi in modo talmente radicato da far scaturire, in ognuno di loro, tangibili eventi culturali rimasti nella storia. Nella mostra sono dunque anche oggetti apparentemente di poco conto a raccontare queste esperienze; poi ovviamente si potranno ammirare le celeberrime opere di Caravaggio, Botticelli, Canova, Van Wittel, Jacob Philipp Hackert che proprio con le sue 'cartoline', ovvero con le personalissime tele raffiguranti le bellezze italiane, fu antesignano delle successive gouaches napoletane. Di lui ancora lo scrittore ed amico tedesco scriveva "... Ho visitato Hackert nella comodissima abitazione che gli è stata apprestata. La posizione è di eccezionale bellezza, nella più lussureggiante piana del mondo, ma con estesi giardini che si prolungano fin sulle colline". Grande spazio è stato infatti dato alle vedute e ai paesaggi, tutti eseguiti da artisti stranieri, coevi ai diciassette personaggi-guida della mostra. Esposto, del sopraccitato pittore si trova fra l'altro 'Il giardino inglese di Caserta'. Fra le meno nobili motivazioni che hanno talvolta fatto approdare in Italia taluni personaggi, spicca l'accusa di 'sadismo' rivolta al marchese Donatien-Alphonse-François de Sade, ricercato in patria dalla polizia. Corre l'anno 1772 e dopo aver sostato a Firenze giungerà a Roma, dove resterà ammaliato dalla 'sensualità' delle rappresentazioni sacre presenti nella città eterna. Proprio guardando la Maddalena di Guido Remi affermerà: "Si spererebbe che questa donna ritornasse alle sue antiche abitudini". Ma gli aneddoti che si possono tirar fuori dalla mostra sono infiniti e spesso sconosciuti ai più. Come il celebre Stendhal che a Napoli, sotto lo pseudonimo di Henri Beyle vive la sua passione per il teatro che descrive nell'incontro con cantanti e musicisti fra i quali Gioacchino Rossini, fino all'amico conosciuto a Firenze, Giacomo Leopardi. Impossibile dimenticare il fascino che le rovine classiche eserciteranno sullo storico dell'arte tedesco Johann Joachim Winckelmann; trasferitosi nel 1755 a Roma come bibliotecario al servizio del cardinale Alessandro Albani, diverrà sovrintendente ai monumenti antichi della città nel 1764. Poi lo scrittore francese François Renè de Chateaubriand che a Roma frequenta i salotti e personaggi quali i Pontefici Pio VII, Pio VIII, Leone XII. Ed ancora Turner che con il suo pennello immortalerà i più suggestivi scorci di Napoli, Firenze, Genova, Roma e Venezia. Lo scrittore americano Henry James giunge in Italia nel 1873 ed a Firenze resta affascinato da artisti come Botticelli, Tiziano, Andrea del Sarto. Di Venezia scrive: "...Questa creatura mutevole come una donna dai nervi gracili". Assieme a lui anche il poeta inglese Robert Browing, in Italia verso la metà dell'Ottocento, vive la passione per Venezia e Firenze, dove si trasferirà assieme alla moglie, simpatizzante per i moti liberali. Superfluo palare di Marcel Proust che, giunto a Venezia con la madre nel 1900, vi ritornerà da solo, incantato dalle opere di Veronese, Tintoretto, Carpaccio. Elemento che avvicinerà tutti questi 'celebri' viaggiatori dell'Italia lontana è stato la particolare attenzione al Rinascimento, alla magnificenza della produzione artistica che proprio nelle corti dell'epoca trovava esaltante collocazione. A questo aureo periodo la mostra di Genova dedica un'ampia introduzione: dai dipinti di Michelangelo e Raffaello, agli scritti di Ariosto e Machiavelli. L'Italia, dunque, meta ambita, di passaggio, luogo dove arte, sentimento, storia e cultura si intrecciano, da sempre, e da sempre hanno fatto sognare fino a trasformare il sogno in racconti, poesie, studi, tele, sculture. Roma e le sue rovine era punto di arrivo per tutti gli studiosi: "Adesso sono tranquillo e spero tranquillo per tutta la vita - scriveva Goethe - perché comincia una nuova vita, quando si vede con gli occhi tutto quello che già si conosce con la mente".

Palazzo Ducale di Genova, piazza Matteotti 9
Fino al 29 luglio 2001
Orario da martedì a domenica 9.00/21.00
Costo del biglietto 15.00 lire intero, 10.000 ridotto
Visite Guidate Catalogo Electa in mostra
Dal 17 al 22 luglio la mostra sarà riservata ai Capi di Stato presenti a Genova per il G8, dunque resterà chiusa al pubblico.

ARTE CONTEMPORANEA AL CASTELLO COLONNA DI GENAZZANO

di Susanna Paparatti

Un castello, divenuto Polo Internazionale d'Arte Contemporanea, una collezione per la prima volta esposta al pubblico, con 169 opere che vanno dal 1947 ad oggi. Questo il mix che ha fatto di una esposizione, un evento eccezionale. E' il Castello Colonna a Genazzano, meravigliosamente restaurato, pronto per assumere la nuova veste artistica di centro di arte visiva, ad ospitare fino al 24 giugno la mostra 'Cross-Road. Arte Contemporanea dalla Collezione Tonelli'. Con realizzazioni di Lucio Fontana, Christo, Andy Warhol, Keith Haring, Mario Schifano, Mimmo Rotella, Vedova, Sam Francis, Capogrossi, Turcato e molti altri nomi celebri i curatori della mostra, Alberto Boatto e Gianni Mercurio, hanno voluto mettere a luce i numerosi percorsi dell'arte del secondo dopoguerra, in Europa e negli Stati Uniti. Sono state le personali scelte del collezionista Giancarlo Tonelli a tracciare, nella creazione della sua raccolta, dunque nell'esposizione in corso, uno spaccato artistico scandito da movimenti e ricerche individuali intraprese da artisti che avevano alle spalle matrici culturali-formative molto diverse. Tutto ebbe inizio verso la metà degli anni '50 a Terni, città natale del collezionista che ha prediletto in grande maggioranza quadri. Tele realizzate in un susseguirsi di materiali che ben rappresentano l'evolversi dell'arte stessa: dall'olio, alla tempera, agli acrilici, agli smalti. Una raccolta che i tecnici come Alberto Boatto hanno descritto evidenziando il parallelo criterio, non contrastante, della scelta che di volta in volta era fatta. Una collezione d'ampio respiro che però di ogni autore tendeva a rappresentare la sintesi evolutiva dell'arte o del movimento d'appartenenza. Artisti europei ed americani sono stati scelti da Tonelli seguendo un filo logico, puntando su una ristretta fascia di nomi da 'raccontare': "I primi acquisti importanti sono avvenuti fra il 1963 ed il 1964 presso la galleria la Barcaccia a Chianciano - spiega Tonelli - opere di Rosai, Lilloni, Maccari, Sughi, Carlo Levi ed un bellissimo Antonio Ligabue, questi ultimi dipinti li conservo ancora in casa. Poi comprai Tozzi, De Chirico, Music, Borlotti. La prima opera non figurativa fu un Vasarely e dopo un Max Bill". Negli anni però l'attenzione si sposta verso nomi dell'astrattismo italiano ed europeo, con un'occhiata ai fenomeni d'oltreoceano. Agli inizi degli anni '70 le prime 'cessioni'di artisti del '900, ancora interessanti ed appetibili sul mercato, per dare una svolta definitiva alla collezione che, con il ricavato delle vendite, si arricchiva con opere di Magnelli, Fontana, Burri, Tapis, Hartung, Mathieu. Nel tempo tre gli artisti romani che fanno da protagonisti, Angeli, Festa, Schifano, che vengono acquistati da Tonelli non solo nell'attimo di maggior fulgore ed affermazione degli anni Sessanta, ma anche in seguito, quando per qualcuno l'ascesa si arresta, per ricominciare più tardi: "Sono gli amici del cuore - ha spiegato Tonelli in un'intervista fattagli da Gianni Mercurio - dopo i movimenti politici degli anni '60 si passa ad una crisi del mercato che coinvolge gli anni dal 1973 al 1985. Alcuni artisti osannati cadono nel dimenticatoio ma il rapporto che mi legava a loro fin dall'inizio si andava rafforzando in uno spirito di solidarietà e di fiducia". Caratteristica dell'intera raccolta è che gli artisti presenti nel lungo elenco sono tutti contemporanei dello stesso collezionista, anche se 'amici' come Festa, Angeli e Schifano sono scomparsi da poco tempo. In realtà la stessa esposizione non era stata pensata come si può ammirare, tutto era nato dall'idea di ospitare al Castello Colonna di Genazzano, realizzazioni di artisti-amici 'coetanei' a Tonelli che, in seguito, ha invece aperto la sua collezione, credendo nel progetto che le Istituzioni hanno riservato per il Polo di Arte Contemporanea che si è andato ad insediare nel maniero. Atelier per artisti internazionali, laboratori per la formazione, il restauro delle opere contemporanee, oltre a numerose iniziative rivolte alla scuola. Giancarlo Tonelli,da parte sua, non nasconde l'entusiasmo verso questo progetto, anzi anticipa eventuali ulteriori prestiti. Per il momento la rassegna in corso è fruibile nelle tre sale del piano nobile del castello: tre grandi saloni ed una ventina di ambienti più piccoli, si fa per dire, quasi tutti decorati da fregi ad affresco o a tempera, da antichi enormi camini, da sedute che 'abbracciano' finestre, da mostre architettoniche rinascimentali. Con la rassegna in corso, è inoltre stata inaugurata la collana editoriale del Polo Museale che, come primo titolo, ha proprio il catalogo di 'Cross-Roads (Incroci) .

Castello Colonna a Genazzano
Fino al 24 giugno
Orario dal giovedì alla domenica 10.00/19.00
Ingresso intero 12.000 lire, 8.000 ridotto
Catalogo in sede

VELAZQUEZ A PALAZZO RUSPOLI

di Susanna Paparatti

Qualcuno si è soffermato sul fatto che la mostra inauguratasi a Palazzo Ruspoli potrebbe essere considerata come il 'terzo viaggio' in Italia del grande Diego Velàzquez, approdato nel nostro Paese la prima volta fra l'agosto del 1629 ed il dicembre del 1630, la seconda di maggior durata, dal gennaio del 1649 fino al giugno del 1651. L'esposizione porta verso la conclusione il piano d'accordi interculturali siglato per quattro anni dall'Italia e dalla Spagna, collaborazione che ha dato vita a grandi mostre, come quella su El Greco a Palazzo delle Esposizioni e quella su Goya a Palazzo Barberini. In calendario, a novembre prossimo, la presentazione di una parte della ricca collezione Thyssen, presente anche in questa di Velàzquez con un prestito; a cavallo fra ottobre 2002 e febbraio 2003, in collaborazione con Castel Sant'Angelo e sempre alla Fondazione Memmo, una mostra sulla famiglia Borgia. E' grazie al comitato scientifico del quale fanno parte L'Accademia di Spagna ed il Museo del Prado, che questa mostra romana si configura fra le più significative mai realizzate fuori dei confini spagnoli. Fra il 1999 ed il 2000 si erano svolte, a Madrid e Siviglia, due esposizioni commemorative del quarto centenario della nascita del pittore: si è inteso fare altrettanto con Roma e l'Italia, alle quali l'artista era legato professionalmente ed affettivamente. In Italia Diego Rodrìguez de Silva y Velàzquez, nato a Siviglia nel 1599 e morto a Madrid nel 1660, vi arrivò la prima volta come tutti gli artisti per apprendere e studiare nelle città artisticamente più importanti. A Venezia, dove il clima antispagnolo non lo fece intrattenere molto, si avvicinò alle opere di Tiziano e Tintoretto. Nella capitale, dove alloggiò inizialmente nei Palazzi Vaticani - grazie alla protezione del Cardinale Francesco Barberini, nipote di papa Urbano VIII che egli aveva conosciuto nel 1626 durante la sua missione a Madrid insieme a Cassiano dal Pozzo - fece esercizio di copiatura, con le opere di Michelangelo e Raffaello. Contestualmente non essendo estraneo al fermento artistico che la città offriva attraverso personaggi quali Andrea Sacchi e Pietro da Cortona. Dopo l'alloggio in Vaticano fu la volta di Villa Medici, vicino all'Ambasciata Spagnola, utilizzata dal conte di Monterrey, ambasciatore di Filippo IV. Si può serenamente affermare che Velàzquez in questo primo viaggio ebbe modo, oltre che di formarsi, di affinare la sua arte. Fin dall'inizio della sua carriera artistica manifestava naturale predisposizione ad elaborare l'influenza che la luce apporta nel trasferimento della realtà sulla tela: nel nostro Paese già Caravaggio si era cimentato, con indiscusso successo e personalità, a 'scorporare' e 'lavorare' le zone luminose delle sue opere. Questo soggiorno in Italia ebbe per lo spagnolo un valore determinante, quasi più degli insegnamenti appresi in patria dal manierista Francesco Pacheco, del quale sposerà la figlia nel 1618. Due anni dopo si distaccherà dal suocero per aprire una bottega autonoma. Nel periodo italiano le sue opere oscillano fra naturalismo e forme di serena grandezza, evidenti gli accostamenti al Ribera. Rientrato in Spagna l'artista si trasferisce a Madrid, dove giovanissimo e già affermato diviene, grazie anche alla amicizia con il conte duca d'Olivares, pittore di corte, Soprintendente alle Opere dell'Alcazar ed Aiutante di Camera di Filippo IV. I dati relativi al primo viaggio in Italia sono tutt'oggi basati in particolar modo sul racconto fatto da Francisco Pacheco e da osservatori dell'epoca. 'Cartolina' di questo soggiorno è la tela 'Villa Medici' conservata al Museo del Prado di Madrid. La mostra, infatti , ha inteso fornire del Velàzquez una panoramica che, dagli inizi, giunge sino alla completa maturità artistica, passando appunto dal paesaggio, alla natura morta, al ritratto di corte. Fu proprio la vocazione al ritrattismo, una volta rientrato in Spagna dopo il 1630, a trovare conforto nella soddisfazione del sovrano che, immortalato dal suo pennello, affermerà non volersi più far ritrarre da alcun altro che non Velàzquez. La fama e la maestria dell'artista furono determinanti affinché il Re lo rimandasse in Italia a trovare e scegliere le opere d'arte per arredare e decorare il Palazzo reale di Madrid. Il legame che egli ebbe con l'Italia fu dunque articolato e indissolubile, a Roma egli lasciò il suo unico erede maschio, Antonio Rodriguez de Silva. Elementi certi su un terzo soggiorno italiano non ve ne sono. Alcune fonti spiegano che nel 1657, ad un'ulteriore richiesta di permesso il Sovrano si rifiutò; il diniego era però generato dalla considerazione nei confronti del Velàzquez e, come segno d'alto riconoscimento, lo insignerà dell'ordine cavalleresco di San Giacomo, ad un anno dalla sua morte avvenuta nel 1659. Le 34 tele esposte oggi a Palazzo Ruspali accorpano opere che, per la prima volta, sono uscite dalla loro stabile collocazione nei maggiori musei del mondo, come il 'Marte' e la 'Villa Medici' del Prado, l'Autoritratto' da Valenza, la 'Cucitrice' da Washington. Il percorso si snoda con le opere dell'età formativa, come 'San Paolo' del Museo dell'Arte di Catalunya, 'Le lacrime di San Pietro' da una collezione privata a Murcia-Spagna, le due versioni de 'I contadini a tavola', dal Museo di Belle Arti di Budapest e dall'Ermitage di San Pietroburgo. E' la volta poi dei ritratti di corte, con 'Filippo IV' e sua sorella 'L'Infanta Maria d'Austria, regina d'Ungheria' dal Museo del Prado. In tutti i ritratti Velàzquez cercò sempre di sottolineare il rango e l'eleganza, i simboli di potere e gli atteggiamenti rigidi. E' comunque innegabile che egli offrì ai volti una 'personalità' ed un animo sì da svelare perfino le debolezze umane. Emblematica, anche se non esposta in mostra, la tela 'Las Meninas' che si presenta quale multiplo ritratto in un'immensa sala dove lo spazio ed il colore si sposano egregiamente; qui si può ammirare lo sdoppiamento della scena ottenuto con i ritratti del Re e della Regina riflessi nello specchio. Tornando al percorso espositivo troviamo vicine, opere come 'Cavallo bianco' e 'Ritratto allegorico di Filippo IV a cavallo': la prima è il probabile modello con il quale l'artista si cimentava per immortalare in sella gli uomini di corte. Una sala è dedicata ai soggiorni italiani, comprendendo anche alcune opere eseguite dopo il rientro in Spagna e, nella stessa sezione, le tele che sottolineano i rapporti intercorsi fra il pittore ed il duca di Modena Francesco I d'Este, magnificamente ritratto. Esposto, per la prima volta accanto al suo modello ispiratore, 'Marte' dal Museo del Prado e 'Ares Ludovisi' di Palazzo Altemps a Roma. La mostra prosegue con l'ultimo Velàzquez, con le realizzazioni degli ultimi 25 anni di vita, fra queste 'La cucitrice' della National Gallery di Washington ed 'Il Buffone Calabazas' del Museo Cleveland dell'Ohio. Concludono 'Autoritratto' del Museo di belle Arti di Valenza, confrontato con l'Autoritratto' dei Musei Capitolini attribuito da alcuni studiosi all'artista spagnolo e 'L'Autoritratto' della Galleria degli Uffizi, copia dell'originale eseguito dal sivigliano Velàzquez.

Palazzo Ruspoli - Fondazione Memmo, via del Corso 418
Fino al 30 giugno
Orario tutti i giorni 9.00/20.00, sabato 9.30/21.00
Ingresso 15.000 lire intero, 11.000 e 9.000 ridotto
Catalogo Electa in sede
Informazioni 06/6874704

OYVIND FAHLSTROM A LUCCA

di Laura Gigliotti

A Oyvindi Fahlstrom, cittadino del mondo, nato a San Paolo del Brasile nel 1928 da famiglia svedese, vissuto in Brasile, Svezia, Francia, Statti Uniti, morto a Stoccolma a soli 48 anni nel 1976, considerato oggi come uno dei protagonisti della ricerca artistica del Novecento, è dedicata una grande mostra antologica, la prima che si tiene in Italia, alla Fondazione Ragghianti di Lucca. Aperta fino al 15 maggio nell'ex Convento di San Micheletto, promossa dal Museo d'Arte Contemporanea di Barcellona (dopo Lucca passerà a Boston), ripercorre attraverso un centinaio di lavori tra pitture, disegni, installazioni, video e registrazioni provenienti dal Centre Pompidou di Parigi e da musei e collezioni europee e statunitensi, tutta la parabola artistica di Fahlstrom, tornato prepotentemente alla ribalta dopo anni di oblio con Documenta, l'esposizione del '97 a Kassel. Artista poliedrico e anticipatore di concetti e tendenze di questi anni, Fahlstrom nella sua ricerca intreccia il linguaggio dei segni alla poesia, al fumetto, al cinema, alla televisione, alla radio. Pittore politico secondo l'utopia terzomondista del '68, artista colto, affascinato dalla decorazione e dalle pitture giapponesi e precolombiane, ha due punti di riferimento: Matta per l'aspetto fantastico e Capogrossi per la variazione seriale. Vagabondo dell'arte, poliglotta, capace di scrivere passando da una lingua all'altra, trascorre a Firenze dal '49 al '53 anni decisivi per la sua formazione. Scrive di cultura, frequenta l'Istituto Svedese di Archeologia ed espone presso la Galleria Numeri di Fiamma Vigo la prima personale, Opera, che trae ispirazione dall'opera italiana, in cui canto, visione, passione e narrazione drammatica convergono. Come, dice il pittore, nella Tosca di Puccini, in cui il "bel canto" accompagna la tortura che avviene fuori della scena. In Italia viene conosciuto nel '66, quando rappresenta con successo la Svezia alla Biennale di Venezia. Convinto che l'artista d'oggi debba utilizzare tutti i linguaggi comunicativi, che la sua forza sia nell'attraversarli con strategie nuove e intelligenti, Fahlstrom pone il suo lavoro, di cui ha lasciato numerose riflessioni scritte, al confine fra segno grafico, parola e suono, quasi un'utopia di arte totale. Le sue opere frammentate in mille parole che diventano nuove mappe del mondo in cui la geografia si mescola con l'economia, la sociologia e la storia, i suoi quadri mobili, dove i componenti liberi, aderenti alla superficie del quadro tramite magneti possono essere spostati dallo spettatore, le sue grandi installazioni tridimensionali che mettono in risalto il suo originale linguaggio creativo e la sua convinta adesione alle tematiche politico - sociali, richiamano da un lato il linguaggio che si ispira all'arte dei bambini, al gioco della "manipolazione del mondo", dall'altro i cartografi e ai miniaturisti medievali. Il poeta - pittore Fahlstrom che ama Lorca e Sylvia Plath diventa poeta - geografo (come scrive il curatore del ricco catalogo in inglese Jean - François Chevrier), e il suo alfabeto visivo, apparentato ai caratteri istoriati, gli permette di reinventare le carte figurate del Medio Evo.

Lucca, Via Di San Micheletto,3
Orario : tutti i giorni dalle 10.30 alle 19.30
Il Sabato dalle 10.30 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 22.00

Il restauro della Basilica di San Francesco ad Assisi

DALLA "MORTE" ANNUNCIATA ALL'UTOPIA DEL RECUPERO

       

L'affresco di S. Girolamo, crollato durante il terremoto circa tre anni e mezzo fa, che apportò gravissimi danni alla Basilica Superiore di San Francesco in Assisi, è in fase di avanzato restauro. Il dipinto era già dato per perduto, come avverte la cartolina che veniva venduta nella cittadina umbra. Ora, con una paziente opera di recupero, l'Istituto Centrale per il Restauro sta provvedendo alla ricollocazione degli affreschi. Come avverrà, dal 21 al 24 marzo, in un Convegno internazionale dal titolo "La realtà dell'utopia" per i Santi Francesco e Chiara. Che rappresentano le vere icone del Francescanesimo. Per ulteriori notizie e particolari, potete visitare il sito http://www.icr.arti.beniculturali.it .(16-3-2001)

ATHANASIUS KIRKER: IL MUSEO DEL MONDO

di Laura Gigliotti

E' una sfinge della VII dinastia ad aprire il percorso espositivo della mostra che Palazzo Venezia dedica a Athanasius Kirker e al suo museo del mondo (aperta fino al 22 aprile), quasi a significare il peso fondante che la civiltà egizia ebbe per il gesuita tedesco. Ma l'egittologia è solo uno dei molteplici aspetti della sua sconfinata erudizione in cui confluiscono interessi storici, scientifici, esoterici (sospetti all'Inquisizione e al limite dell'eresia), linguistici, antropologici, matematici, astronomici e chi più ne ha più ne metta. Definito da Umberto Eco "il più contemporaneo dei nostri antenati e il più inattuale dei nostri contemporanei" Athanasius Kirker (1602 - 1680), matematico, filosofo, esperto di lingue orientali, succeduto a Keplero nel ruolo di matematico alla corte di Vienna dell'imperatore Ferdinando II, ha legato il suo nome nella memoria dei posteri soprattutto alla creazione nel 1651 del Museo del Collegio Romano. Una collezione straordinaria per quantità e varietà di reperti, espressione degli interessi del coltissimo gesuita e arricchita dagli oggetti che i missionari inviavano a Roma dalle più lontane e inesplorate contrade del mondo,. Nel 1870 la soppressione dei beni ecclesiastici avrebbe dato il colpo di grazia all'integrità della collezione già abbandonata dopo la morte del suo fondatore e dispersa nel 1773, dopo lo scioglimento della Compagnia di Gesù, fra il Vaticano e le residenze pontificie. Nella antica sede, diventata Liceo Visconti, sarebbero rimasti solo gli strumenti scientifici del gabinetto di Fisica, le macchine e gli obelischi lignei che abbellivano la galleria. La mostra curata da Eugenio Lo Sardo, affiancato da un comitato scientifico (catalogo De Luca), ricostruisce attraverso trecento pezzi l'universo barocco kirkeriano in cui intuizioni geniali (la camera oscura la lanterna magica antenate della macchina fotografica e del cinematografo), si mescolano a mirabolanti teorie scientifiche non suffragate da alcuna prova (gli insetti prolifererebbero dal fango e dalle materie in putrefazione). Ma Kirker, che era in contatto con tutti gli studiosi del suo tempo, ha lasciato anche il segno sulla città di Roma. All'egittologo e allo scienziato si rivolse, infatti, il Bernini per realizzare la Fontana del Fiumi di piazza Navona e l'Elefantino della Minerva. Nato dal lascito di reperti romani del patrizio di Tuscania, Alfonso Donnini (in mostra il documento originale), accolto nella galleria a volte del Collegio Romano da cui pendeva un grande armadillo impagliato, il museo ben presto si accresce di una molteplicità di oggetti, fossili, coccodrilli, mandibole di capodogli, rettili, idoli, steli votive, urne cinerarie, strumenti scientifici, orologi, tavole astronomiche, piante di paesi lontani, la Cina, il Giappone, dipinti. La mostra ripercorre la storia del personaggio e, sulla scorta di documenti d'archivio, ricostruisce quello che doveva essere il museo kirkeriano, ricercato da tutti gli intellettuali di passaggio a Roma in quel tempo.

Roma, Palazzo di Venezia, 28 febbraio - 22 aprile 2001
Fino al 22 aprile, orario 10 - 19, chiuso il lunedì

D'ANNUNZIO: L'UOMO, L'EROE, IL POETA

di Laura Gigliotti

La mostra D'Annunzio - l'uomo, l'eroe, il poeta (catalogo Edizioni De Luca), aperta fino al 1°luglio al Museo del Corso, fra le tante di questo periodo dedicate al "Vate", è l'unica che affronta "tutte le sfaccettature del protagonismo dannunziano", come dice la curatrice Annamaria Andreoli. Sulla porta del Museo la ricostruzione della Polena della nave Puglia, il celebre motto dannunziano "Io ho quel che ho donato" che campeggia in alto e nella vicina Galleria Sciarra - Colonna (affrescata da Giuseppe Cellini), la Fiat tipo 4 con cui D'Annunzio giunse a Fiume e a Termini la sua Isotta Fraschini. Al centro del grande salone la copia del "velivolo" usato per il volo su Vienna, il grande plastico con il MAS della Beffa di Buccari e i plastici originali del Vittoriale, e poi foto d'epoca, manoscritti, uniformi, bandiere, la ricostruzione di tre ambienti della "Prioria", la zona adibita ad abitazione del Vittoriale, con gli arredi originali, i suoi libri, le cose belle che amava, i vetri di Venini, i ferri di Mazzucotelli, gli argenti di Buccellati, le ceramiche di Melandri, i piatti e i bicchieri dei creatori del moderno design, i quadri di Previati, l'aereoscultura dedicatagli da Marinetti. La novità della mostra sta nel proporre l'immagine dell'altro D'Annunzio, non solo il "dandy con la gardenia all'occhiello" che una certa critica ha voluto accreditare, non solo il poeta dell'Alcyone e l'autore de Il piacere, ma l'eroe sprezzante del pericolo della Beffa di Buccari, del volo su Vienna, il politico della Carta del Carnaro, realizzata insieme al sindacalista Alceste De Ambris. Una costituzione che prevedeva il divorzio, il suffragio universale, l'uguaglianza dei cittadini di lingue e religioni diverse e una avveniristica forma di federalismo alla maniera elvetica. Gabriele D'Annunzio(1863-1938), l'unico scrittore europeo che a cavallo dei due secoli riesce a imporsi in Europa non si limita a difendere i beni culturali minacciati come Villa Ludovisi a Roma o le mura di Lucca o il centro storico di Firenze, ma lancia luoghi nuovi, come la Versilia, le coste laziali, Portofino, Taormina e le piccole città d'arte. Lui che vive nel lusso più sfrenato va in cerca, come si fa oggi, di ambienti selvaggi e intatti. E anche in questo in anticipo sui tempi, con la sua capacità prensile, amico oltre che del pittore Michetti di studiosi di etnologia come De Nino e Finamore, ha della cultura un concetto antropologico. La cultura non solo come ricerca erudita, ma come territorio, tradizioni, paesaggio, artigianato. Capace di intuire lo sviluppo dei nuovi mezzi di trasporto come l'automobile e l'aereo è all'avangurdia nel cogliere le potenzialità del cinema come nuovo strumento di comunicazione artistica (Cabiria). Non solo al "Vate", dunque ma all'uomo che riassume nella sua vita e nella sua opera molte delle contraddizioni e delle idee nuove del secolo appena trascorso, s'indirizza la mostra che ripercorre tutta la parabola di D'Annunzio attraverso una ricca selezione di documenti e testimonianze provenienti dal Vittoriale, la dimora monumento sul Lago di Garda che il poeta lasciò agli italiani, dal Museo dell'Aria Caproni e dall'Istituto di Studi Fiumani. Voluta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Roma, la mostra che si articola in dieci sezioni, mira a far conoscere il D'annunzio volutamente dimenticato, il cultore di Roma, il campione della Nazione, il federalista convinto, l'europeista lungimirante e l'antesignano della modernità.

Roma, Museo del Corso, Via del Corso 320
Orario : tutti i giorni dalle 10.00 alle 20.00
Chiuso il lunedì
Per informazioni e prenotazioni tel. 06.6786209

Una mostra a Milano

L'ORO DELLE STEPPE

Un popolo sconosciuto, un'arte splendente nell'oro. Sono i temi di una spettacolare e affascinante mostra a Palazzo Reale a Milano dal titolo: "Oro. Il mistero dei Sarmati e degli Sciti". Nelle foto alcuni dei pezzi, del popolo delle steppe, che saranno visibili dal 15 marzo al 29 luglio.

 

 

 

In mostra a Palazzo Pitti

LE GIOIE DEI GIOIELLI

Veri e propri gioielli. Un'arte particolare, strettamente collegata ai metalli nobili ed al fascino delle pietre preziose. In una sorta di magia e di oggetti ambiti in ogni tempo. Simbolo di potere e di carisma. Il Novecento è in mostra a Palazzo Pitti, a Firenze, dal 10 marzo. Con 280 preziosi creati dai più grandi artisti negli ultimi 100 anni. Uno scrigno che va da un "Profilo di donna" di Lalique a un pendente di Max Ernst. In una scia di oro e di riflessi stupendi.

MENGS E LA SCOPERTA DEL NEOCLASSICO

di Susanna Paparatti

Caduto nel dimenticatoio generale, accusato di rincorrere troppo la perfezione neoclassica, accademico fino all'esasperazione, Anton Raphael Mengs, è oggi celebrato in Italia, Paese che scelse a dimora adottiva, con la più ampia retrospettiva mai allestita. E' Palazzo Zabarella a Padova a celebrarne il talento, con 120 opere chieste in prestito da 60 musei e collezioni private; disegni ed incisioni e poi i celeberrimi ritratti dei Grandi del secolo. Di particolare interesse un gruppo di cinque opere dell'Ermitage di San Pietroburgo che, acquistate dalla zarina Caterina II - lungimirante artefice di ricchissime collezioni - ritornano in Italia dopo oltre due secoli. La mostra prende vita con gli autoritratti e ritratti giovanili dell'artista, sino all'età di 22 anni, poi il percorso espositivo prevede un ampio excursus che non tralascia l'amore per l'arte classica degli esponenti del Seicento bolognese - come il Domenichino, Carracci, Reni - o del Poussin; poi gli studi sul corpo umano e sull'antico. Chi era questo pittore che, 22° figlio di un abile miniaturista della corte del Re di Polonia Augusto II , vide la luce il 12 marzo del 1728 ad Aussig in Boemia? Di certo l'influenza del padre, descritto da molti come padre-padrone, deve avere avuto il suo peso, non ultimo quello della scelta dei nomi, Anton Raphael, voluti per l'ammirazione nutrita dal genitore Ismael Mengs nei confronti di Raffaello e Antonio Correggio. Paragonato da molti come il Mozart della pittura, anch'egli precoce figlio d'arte influenzato dalla cultura italiana ed ovviamente dal padre, a soli sei anni Mengs era lasciato da Ismael a misurare le copie delle statue greche nella gliptoteca del Re, dove si esercitava con la china e l'olio. Giunse a Roma, appena dodicenne per approfondire l'arte classica mediante il rituale viaggio di studio in Italia, nella bottega del pittore Benfial. Quotidiane le sue visite alle collezioni del Vaticano per apprendere l'arte di Raffaello e degli altri pittori preferiti dal padre. Nella città eterna la bravura del giovane Mengs si arricchirà tanto che, rientrato a Dresda nel 1744 sarà nominato dal Re di Polonia 'pittore da camera', con una paga di 600 talleri, nonché una casa gratuita. L'amore per le rovine romane e l'arte della città lo riporterà in Italia nel 1746: quasi un premio-permesso che la casa reale gli elargirà al fine di approfondire la sua arte con visite anche a Venezia e Firenze. A Roma però conoscerà Margherita Guazzi che, sua modella per una Madonna, successivamente sposerà. Nuovamente sollecitato dal padre a tornare in Sassonia diverrà primo pittore di corte per mille talleri e gli saranno commissionate tre pale d'altare nella enorme e nuova chiesa di Dresda. Tornato a Roma aprirà uno studio che diverrà meta per numerosi artisti, e conoscerà l'archeologo e studioso Johanann Joachim Winckelmann - 1717/1768 - con il quale condividerà anche l'amore per la scrittura, poi per la storia e la civiltà Greca. Mengs supera così le definizioni del Barocco per tornare ad una classicità rivista e reinterpretata con un innegabile spirito innovativo: il Neoclassico sarà dunque lo stile che modificherà l'arte europea e, l'affresco del 'Parnaso' a Villa Albani, realizzato da Mengs nel 1761, ne è la prova evidente. Ad ispirarlo furono le pitture ritrovate ad Ercolano da poco riscoperte, nonché i reperti conservati al museo di Portici dove l'amico archeologo aveva accesso. Nel corso degli anni la sua fama di ritrattista dilagò in tutta Europa; posavano per lui i rappresentati della nobiltà e del potere religioso che giungevano in Italia per il Gran Tour. La popolarità di Mengs giunse in Spagna e nell'autunno del 1761 affrescò il Palazzo di Madrid assieme alle opere di Giambattista Tiepolo. Nel 1766 con la nomina a 'premier pintor del Rey' Mengs giunse all'apice della successo. La sua pittura sfiorerà la rivoluzione illuministica e non sarà un caso che proprio in Spagna egli sarà affiancato da alcuni artisti spagnoli fra i quali il giovane Francisco Goya. Nel 1771 tornò a Roma, dove l'Accademia di San Luca lo nominò principe e Clemente XIV gli commissionò la decorazione della Sala dei Papiri nella Biblioteca Vaticana. Morì nella città eterna dove viveva con la moglie e cinque figlie, a 51 anni e tre mesi. Stava dipingendo il braccio dell'arcangelo Gabriele nella tela dell'Annunciazione. Le sue spoglie riposano in Santa Maria in Borgo.

Padova, Palazzo Zabarella via San Francesco 27
3 marzo -11 giugno 2001
Informazioni e prenotazioni tel.049-8756063
Orario 10.00-19.00, sabato e festivi 10.00-21.00 Lunedì chiuso
Ingresso 15.000 lire, gruppi 12.000, scuole 10.000.
Catalogo Marsilio

LUCA GIORDANO A NAPOLI

di Laura Gigliotti

E' uno dei grandi appuntamenti del 2001 la mostra su Luca Giordano (1623 - 1705), aperta dal 3 marzo al 4 giugno a Napoli nelle due sedi di Castel Sant'Elmo e di Capodimonte. La prima grande rassegna internazionale dedicata a uno dei massimi protagonisti del barocco napoletano che operò a servizio di numerose corti europee e dei più importanti committenti del suo tempo, a Napoli, a Firenze (affreschi di Palazzo Medici Riccardi), Venezia, Montecassino, Madrid (Palazzo Reale, l'Escorial), lasciando un numero impressionante di opere che ora si trovano sparse nei maggiori musei del mondo, oltre che a Napoli. Ed è proprio nella sua città, in due sedi prestigiose, Castel Sant'Elmo, l'imponente struttura fortificata denominata originariamente "Belforte"che dall'alto domina il golfo e Capodimonte, scrigno di tanti capolavori, che dopo alcuni secoli molte tornano, in prestito da collezioni e musei stranieri per essere messe a confronto con le altre rimaste nelle chiese della città partenopea. Dopo Napoli, una selezione delle opere sarà presentata a Vienna e a Los Angeles, tappa finale Madrid con la produzione spagnola. Curata dal Soprintendente Nicola Spinosa, dal professor Oreste Ferrari, eminente studioso dell'artista (ha classificato 734 fra dipinti e affreschi e 212 disegni), a cui si deve il catalogo Electa, realizzata sulla scia delle grandi mostre dedicate a Napoli in questi anni alla cultura del Seicento, Settecento e Ottocento, a Ribera, a Battistello Caracciolo, rappresenta l'inizio di un percorso sul barocco che vedrà dopo Giordano, mostre sul Lanfranco (prima a Parma, poi a Napoli, quindi a Roma) e sul Caravaggio "napoletano". La rassegna è promossa dalla Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Napoli e organizzata dall'Associazione Civita in collaborazione con il Kunsthistorisches Museum di Vienna ed il Los Angeles County Museum. "Un inno straordinario alla grande libera fantasia creatrice di un pittore straordinario", dice Spinosa, attento studioso della tradizione napoletana del Seicento. Giordano in anni difficili, dopo la rivolta di Masaniello, dopo la peste del '56, riesce a squarciare le ombre e a guardare oltre il Vesuvio. E trova Rubens, Pietro da Cortona che gli consentono di risalire alle fonti, a Tiziano e a Paolo Veronese. E allora si spalancano le porte dei palazzi principeschi e delle corti, Roma, Firenze, la Spagna dove conosce Velasquez, e le sue opere si riverberano sugli artisti che verrano dopo, attraverso Tiepolo fino a Goya, alla pittura francese e al rococò. Una stagione straordinaria quella di Giordano a Napoli perché non c'era attività che non passasse per la sua bottega e tanta era la rapidità di esecuzione che l'artista, che si avvaleva di molti collaboratori, ma che non ebbe allievi in senso stretto, era soprannominato "Luca fa presto". 160 grandi dipinti che occupano i suggestivi spazi voltati di Castel San'Elmo e della Reggia di Capodimonte e quatto diversi itinerari nella città, cui si aggiungono una sessantina di disegni che testimoniano le diverse fasi della lunga attività dell'artista e gli aspetti più rilevanti della sua produzione sacra e profana. Dagli anni della formazione giovanile e della prima maturità quando il pittore sull'esempio di Ribera sviluppa una serie di esperienze in chiave naturalistica di cui sono espressione l'Isacco che benedice Giacobbe (Collezione Harrach Schloss Rhorau), l'Apollo e Marzia (Museo di Capodimonte), la Morte di Seneca (Alte Pinakothec di Monaco), all'adesione agli esempi luminosi di Rubens e dei "neoveneti"a Roma, da Poussin, a Sacchi a Pietro da Cortona, per giungere alla solarità cromatica della pittura di Tiziano e Veronese. Apre la rassegna lo straordinario inedito Ratto di Europa, già in collezione Pio Falcò.

Napoli, Castel Sant'Elmo e Museo di Capodimonte
3 marzo - 4 giugno 2001

LA PITTURA INGLESE DA CANALETTO A CONSTABLE

di Susanna Paparatti

L'identità nazionale, espressa all'interno della pittura paesaggistica inglese a cavallo fra gli inizi del Settecento e la prima metà dell'Ottocento, è il tema della mostra intitolata 'Da cataletto a Constable. Vedute di città e campagna dallo Yale Center for British Art', inauguratasi da poco a Ferrara, nelle sale di Palazzo dei Diamanti. L'esposizione, che durerà sino al 20 maggio, vuole rilevare l'importanza della pittura di quel periodo quando, ancora considerata in Gran Bretagna arte minore, si accingeva invece ad emblematizzare uno degli aspetti più tipici old British. In particolare si contrappongono vedute londinesi, influenzate dalla neo rivoluzione industriale che muta il volto urbano, poi paesaggi romantici e sublimi, stralci di un mondo agricolo e feudale oramai quasi in decadenza. Nell'ambito di tali rappresentazioni importante fu il legame artistico che l'Inghilterra ebbe con l'Italia fra il XVIII secolo e gli inizi del XIX e la presenza, sul suolo della Corona Inglese, di un artista quale il Canaletto. Ciò non fece altro che suggellare l'apporto fra l'arte italiana e la pittura inglese paesaggistica: agreste ed urbana. D'altronde già in passato molti pittori britannici quali George Stubbs, Wright e J.M.W. Turner vissero nel nostro Paese periodi di studio ed approfondimento eppure nessuna mostra, prima d'ora, aveva messo in risalto il 'debito' della pittura inglese nei confronti dell'Italia e dei suoi artisti. La mostra prende vita con due tele di Wotton: 'Giorgio I a Newmarket, nel Suffolk, il 4 o 5 ottobre del 1717' e di Tillemans il 'Reverendo Jemmet Browne ad un raduno di caccia'. Tutti gli elementi di queste opere convergono verso un linguaggio commemorativo e celebrativo di persone, epoche e avvenimenti; unico scopo dimostrare l'abilità sportiva ed umana di mecenati facoltosi e potenti in quello che sarà per definizione il tipico paesaggio inglese. Il secondo ambiente dell'esposizione è invece dedicato a Londra, con i dipinti del Canaletto che, chiamato nella capitale britannica nel 1746, celebrò la 'nuova' città trasferendo la sua modernizzazione nei dipinti quali il 'Tamigi da Somerset House' verso St.Paul ed il 'Tamigi da Somerset House' guardando verso Westminster. In questi, come in altre tele il pittore italiano traspose la tradizione del vedutismo veneziano. Inutile dire che parte dei paesaggisti inglesi subirono il fascino e l'influenza del Canaletto: si possono ammirare nel 'Ponte di Westminster in costruzione' di Scott e, di Marlow, in 'Whitehall' raffigurante una movimentata strada cittadina, ambedue in mostra. In contrapposizione le scene naturali fermate da Thomas Gainsborugh, dove l'uomo vive in un idilliaco rapporto con il mondo circostante; ecco la campagna inglese, la vita dei pastori e dei greggi, ozio ed operosità si intersecano in queste rappresentazioni, dove la città la si intravede lontano, all'orizzonte. La campagna però non è solo vita contadina, a questa infatti si sovrappongono gli interessi dei nobili, con le loro tenute residenziali; di Jhon Wootton 'l'Abbazia di Rievaulx nello Yorkshire' e 'Carro di fieno che passa davanti ai ruderi di una abbazia'. In 'Box Hill, nel Surrey, con Dorkin sullo sfondo' di George Lambert la presenza di personaggi dalla diversa estrazione sociale fa pensare ad una effettiva,idilliaca, vita comunitaria. Concetto diametralmente opposto rispetto alla tela di Arthur Davis 'Robert ed Elisabeth Gwillyn di Atherton Hall nel Herefordshire e la loro famiglia', qui le dinastie della famiglia sono 'fermate' sullo sfondo della casa, quasi a celebrare il possesso terriero, quale vera identità sociale. Due le sale ispirate al fiume ed ai suoi ponti, con realizzazioni del Canaletto, come la costruzione del 'Vecchio ponte Walton' a rilevare l'importanza della vita fluviale celebrata anche nella tela di Johann Joseph Zoffany 'David Garrick con la moglie a Hmpton, nei pressi di Londra, accanto al suo tempio in onore di Shakespeare'. In questa ultima opera il celebre attore e sua moglie, ritratti nel loro giardino, seguendo i canoni dei ritratti aristocratici, il pittore cerca di elevare lo stato sociale di questa coppia borghese a quello di proprietari terrieri. La mostra prosegue con ulteriori tele naturalistiche e paesaggistiche, con villaggi e castelli, dove alcuni scenari sono stati sapientemente costruiti e dilatati a piacere. Poi la rappresentazione di particolari luoghi storici - Porta St.Augustine a Canterbury, il Merton College a Oxford - che attiravano l'attenzione non meno dei paesaggi. Introducono ad una visione dettata dal romanticismo le tele di Stubbs e Wright of Derby, lavori che anticiperanno il romanticismo maturo delle opere di Turner e Constable. La loro arte innovativa suggella infatti un felice momento della pittura paesaggistica inglese creando al contempo le basi della futura arte pittorica. Nella 'Inaugurazione del Ponte di Waterloo a Londra' di John Constable i luoghi del simbolismo londinese, il cielo carico si confonde con l'acqua, quasi a rendere omaggio al vedutismo veneto del Canaletto. La natura appare improvvisa dalle piccole pennellate di colore che Constable usa per creare 'chiaroscuri naturali'. Turner sembrerebbe voler rievocare gli olandesi del Seicento eppure, guardando le sue opere, appare evidente il mutamento fatto di luci e contrasti, di pieni e vuoti, quasi a trasferire il contesto rappresentato in un 'senza tempo' che ne inneggi l'atmosfera romantica.

Palazzo dei Diamanti a Ferrara, Corso Ercole I d'Este, 21
Fino al 20 maggio
Orario 9.00/19.00
Ingresso intero 14.000 lire, ridotto 12.000
Catalogo edito da Ferrara Arte Editore
Per informazioni e prenotazioni tel. 0532/209988
www.comune.fe.it

CARAVAGGIO E I GIUSTINIANI

di Laura Gigliotti

Rimarranno a Roma fino al 15 maggio, nel palazzo in cui furono esposte, una settantina di opere della prestigiosa Collezione Giustiniani, dispersa nell'Ottocento in vari musei e palazzi d'Europa. Cinque strepitosi quadri di Caravaggio dei quindici posseduti (tre finirono bruciati a Berlino nel '45), come l'Amor vincitore (Berlino), il Suonatore di liuto (Ermitage), l'Incoronazione di spine (Vienna), il San Gerolamo penitente (Montserrat) e l'Incredulità di San Tommaso (Potsdam) che da soli basterebbero a considerare la rassegna Caravaggio e i Giustiniani - Toccar con mano una collezione del Seicento (catalogo Electa), un evento da non mancare. Resa possibile dalla disponibilità del Presidente del Senato Mancino che ha aperto per la prima volta il piano nobile di Palazzo Giustiniani al pubblico, la mostra, frutto del lavoro di Silvia Danesi Squarzina dell'Università La Sapienza, della Soprintendenza, del Ministero degli Esteri e del Comitato Nazionale per le Celebrazioni del IV Centenario della Cappella Contarelli, allestimento di Pierluigi Pizzi, luci di Sergio Rossi, ricostruisce sulla scorta dei documenti la storia della cultura e del collezionismo di una grande famiglia romana del Seicento. Nel palazzo del marchese Vincenzo e del cardinale Benedetto Giustiniani, affrescato dallo Zuccari, di fronte a San Luigi dei Francesi, i viaggiatori e gli appassionati d'arte avevano modo di toccar con mano la nascita, lo sviluppo e l'articolarsi della pittura del secolo. Alla morte del marchese Vincenzo, la collezione Giustiniani, una delle più ricche a Roma, forse superiore a quella dei Barberini, dei Mattei, dei Borghese, contava duemila sculture antiche e seicento dipinti fra cui quindici Caravaggio (nessuno a Roma ne aveva tanti), del quale i due fratelli furono i primi collezionisti ed estimatori. Vi erano poi importanti opere cinquecentesche di Lorenzo Lotto, Paolo Veronese, una forte presenza di pittori emiliani fra cui Annibale e Ludovico Carracci. Benedetto era stato cardinale legato a Bologna. Poi i caravaggeschi da Valentin de Boulogne a Ribera a Bartolomeo Manfredi, la luminosità e l'incanto di Nicolas Poussin e Claude Lorrain, la scuola romana del Cavalier d'Arpino e del Baglione. Una collezione straordinaria iniziata probabilmente dal padre, il banchiere Giuseppe che aveva accumulato un'enorme ricchezze nel commercio del mastice e dell'allume, con opere di artisti genovesi come Luca Cambiaso e incrementata con grande intuito dai due fratelli molto diversi fra di loro, ma uniti dalla stessa passione. Quando Vincenzo muore nel 1638 (Benedetto è scomparso nel 1621), dispone che il figlio adottivo trasmetta intatta la collezione agli eredi. Può vendere altre cose, anche i gioielli, ma non i quadri. Ma la dispersione avverrà più tardi al tempo di Napoleone per l'aumento delle tasse e i tracolli economici della famiglia. Nei primi anni dell'Ottocento un nucleo importante della collezione viene portato a Parigi per essere venduto. Fra gli acquirenti c'è lo stesso fratello di Napoleone Luciano e il re di Prussia Federico Guglielmo III che acquista ben 157 pitture della collezione e le porta a Berlino e a Potsdam. A ricordo delle statue antiche andate perdute sono esposte a Roma l'Hestia in marmo pario prestata dal principe Alessandro Torlonia e il cosiddetto Cristo Giustiniani proveniente da Bassano Romano, la villa di campagna della famiglia, attribuito a Michelangelo. E suppellettili, documenti, disegni, incisioni.

Roma, Palazzo Giustiniani Via Giustiniani, 11
dal 26 gennaio al 15 maggio 2001
Orario : tutti i giorni 9,30 - 20,00
Giovedì, venerdì e sabato fino alle 22,00

UN'OPERA SINGOLARE

Una curiosa opera d'arte dell'artista designer Alessandro Mendini. Un'opera che sembra nata apposta anche per gli schermi di Internet.

LA PUGLIA DI FONTANA



Un paesaggio pugliese di Franco Fontana, uno dei maestri della fotografia italiana, in mostra a Villa Remmert di Cirié.

MAGRITTE,  "LA STORIA CENTRALE"

di Laura Gigliotti

Strano destino quello di Magritte, un artista molto amato dai collezionisti privati e pochissimo dai musei pubblici. un pittore che non ha fatto scuola, non ha avuto allievi pur essendo molto apprezzato da artisti moderni come Andy Warhol, Robert Rauschenberg e Jasper Johns. Artisti che compravano i suoi quadri, li ammiravano, ma poi facevano altre cose. "Famosissimo e poco conosciuto", Magritte è l'artista di cui riconosciamo a prima vista le opere, ma poi non sappiamo chi era, cosa ha fatto, cosa ha significato nella storia dell'arte moderna. E infatti come dimenticare i suoi omini in bombetta, i suoi cieli azzurri coperti di nuvolette, i suoi paesaggi in cui la notte si confonde col giorno. Tanto celebri quelle immagini, precise e nitide ma dagli accostamenti imprevedibili e stranianti, che di esse si è impadronita la pubblicità e il mondo della comunicazione. A Roma dal 17 marzo all'8 luglio nella mostra al Vittoriano Magritte La storia centrale (catalogo Skira), saranno presenti 77 opere fra le meno note, alcune mai viste prima in Italia, in particolare quelle che l'artista dipinse dal '26 e il '67, anno della morte. Capolavori che vengono quasi tutti dai musei belgi e da collezioni private belghe, svizzere, americane, francesi. Nato a Lessins nel 1898 (muore a Bruxelles nel 1967), René Magritte è stato una figura centrale dell'arte del Novecento, fra Futurismo, Cubismo e Nuova Oggettività. Diventato famoso come esponente di spicco del movimento surrealista teorizzato da André Breton che nel '24 pubblicava il primo Manifesto del Surrealismo, Magritte era stato sedotto dalla pittura metafisica di Giorgio de Chirico. "…Un amico mi fece vedere una riproduzione del quadro Canto d'amore che io ho sempre pensato sia l'opera del più grande pittore del nostro tempo", scrive Magritte e in una lettera a Bréton aggiunge "de Chirico è stato il primo a pensare che cosa deve essere dipinto, non come dipingere". E così attraverso la metafisica Magritte si avvicina alle idee surrealiste, fino a quando nel '27 non si trasferisce a Parigi entrando in contatto con Bréton stesso e il gruppo dei surrealisti. Ed è proprio sul rapporto con la metafisica, una forma d'arte tipicamente italiana, che nell'artista belga, memore della grande pittura fiamminga, diventa metamorfosi, che s'incentra la mostra romana. La sua pittura, allo stesso tempo meticolosamente realistica ed enigmatica, sconcerta ed intriga. Magritte dipinge per "evocare i misteri del mondo", mostrare l'altro, il sogno, che non appare ma che è essenziale per l'uomo. Un artista che vede il mondo e lo descrive a modo suo, sapendo che lo spaesamento appartiene alla natura stessa delle cose che non possiedono di fatto una certezza logica. Ed ecco una mela al posto di una testa, un leone vicino a un angelo, "una pipa che non è una pipa", l'omino con la bombetta associato alla Primavera di Botticelli, (Le Bouquet tout fait), o il contrasto fra un cielo azzurro e una facciata immersa nella notte illuminata da un lampione (Empire des Lumières). E' vero anche che certe immagini ricorrenti possono spiegarsi con particolari momenti della vita dell'artista. Così il capo coperto che si ritrova più volte nelle sue opere rimanda probabilmente alla morte della madre, ritrovata suicida in un fiume col volto ricoperto da una camicia da notte. Un'esperienza traumatica che segnerà per sempre la vita del pittore adolescente. Fra le opere in mostra Le tombeau des lutteurs, appartenuto a un avvocato newyorkese che in vita non volle mai esporlo, e ispirati all'Italia che l'artista visitò due volte rimanendo colpito dalle sue architetture classiche, archi, portici, colonne, che riporterà in innumerevoli quadri, La folie de grandeurs, Madame Récamier e Nuit de Pise in prestito da un collezionista italiano.

Roma, Complesso del Vittoriano
Via San Pietro in Carcere
Dal 17 marzo all'8 luglio 2001
Orario: dal lunedì al venerdì 9,30 19,30
Venerdì e sabato 9,30 - 23,30 Domenica 9,30 - 20,30

 

LA COLLEZIONE INGRAO DONATA ALLA CITTA' DI CAGLIARI

di Susanna Paparatti

Sarà la Galleria d'Arte Comunale di Cagliari ad ospitare dal 27 gennaio la Collezione di Francesco Paolo Ingrao, donata da Elisa Mulas, unica erede del collezionista romano, al Comune sardo nel luglio del '99. Circa 500 opere rappresentative dell'arte italiana, dalla metà dell'800 alla seconda parte del '900 che ben descrivono i principali movimenti, dal Secessionismo degli Anni 10 alla seconda guerra mondiale. Pitture, disegni, grafiche, bronzi, terrecotte, marmi, gessi. 250 sono sculture e pitture firmate, fra gli altri, da Filippo De Pisis, Carlo Carrà, Osvaldo Licini, Ardengo Soffici, Fortunato Depero, Mario Mafai e da Umberto Boccioni, Giorgio Morandi e Mino Maccari, dei quali Ingrao aveva acquistato un rilevante numero di tele. Queste sono state collocate in tredici sale della Galleria che, completamente restaurata e rinnovata, riapre al pubblico. Le altre 250 opere sono invece poste senza un preciso ordine cronologico o tematico, lasciando spazio a quello che potrebbe essere l'ordine-disordine del vero collezionista, che ammira le sue "creature" in un'ingiustificata stratificazione temporale. La schedatura, la pulizia ed il restauro dei "pezzi" della Collezione Ingrao erano iniziati nel gennaio dello scorso anno, i diversi nuclei affidati ad esperti del settore. Oggi, in concomitanza con l'inaugurazione saranno pubblicati uno studio di Maurizio Calvesi sull'arte di Umberto Boccioni, due redatti da Maria Luisa Frongia su Mino Maccari e Giorgio Moranti. L'idea è quella di pubblicare ogni anno tre scritti-studio su i vari autori. Nato a Latina nel 1909 Francesco Paolo Ingrao fu Direttore Generale al Ministero dei Lavori Pubblici a soli 24 anni, a 50, ormai in pensione, si dedicò interamente alla sua collezione, avviata nel dopoguerra. Di Boccioni egli si interessò subito alle opere prefuturiste, poco apprezzate all'epoca. In mostra ve ne sono oltre 31, delle quali 15 inedite. Di Moranti, invece, un gruppo di nove disegni, un'acquaforte e tre oli. Proprio queste ultime furono riacquistate da Ingrao, che nel 1985 aveva venduto la sua collezione di 21 oli al Comune di Bologna pensando di rispettare una volontà dell'autore. Gli spazi della Galleria Comunale d'Arte di Cagliari, città dove il collezionista morì il 2 marzo del 1999, si trovano in una palazzina attorniata da giardini destinata, originariamente, alla regia polveriera; la facciata in stile neoclassico fu edificata nel 1828, anno in cui cambiò destinazione d'uso, su disegno di Carlo Boyl mentre il corpo risale alla fine del '700. Lasciti e donazioni sono stati alla base della costituzione dell'attuale patrimonio della Galleria, formatasi principalmente nel secolo trascorso. Attualmente le opere sono costituite da una collezione di artisti sardi del XX secolo, da una raccolta di opere contemporanee dagli Anni 60 agli 80. Poi una sezione etnografica che annovera materiale sugli usi e costumi sardi dalla fine del '700 alla prima metà del '900. Oggi, con le opere della collezione Ingrao, la Galleria Comunale d'Arte Moderna può considerarsi uno dei siti principali per quanto concerne l'arte italiana della prima metà del '900.

Galleria Comunale d'Arte a Cagliari
L.go Giuseppe Dessì (giardini pubblici)
Telefono 070-490727
Orario tutti i giorni 9.00-13.00; 15.30-19.30, chiusura il martedì
Costo del biglietto intero 6.000 lire, ridotto 3.000; scuole 1.000 lire

 

 

 

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