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Elogio del dubbio di Ruggero Marino
ADAMO METTE LA MARCIA INDIETRO
Adamo fa
le bizze. E l'antropologia è costretta, suo malgrado, ad adottare la
"tecnica del canguro". Con continui balzi. Ma
all'indietro.
Gli ultimi rinvenimenti, annunciati quasi in contemporanea e su diversi fronti
geografici, qualora dovessero essere confermati ulteriormente, attraverso i
meticolosi accertamenti, basterebbero da soli a rimescolare le carte dell'origine
del genere umano. E sarebbe essere facili profeti avanzare sin d'ora il dubbio-certezza
che le sorprese non sono certo finite. Il sapere scientifico si basa su ciò
che c'è. La regola resta valida. Bisognerebbe avere l'umiltà di
avvisare che simili verità potrebbero essere quanto meno e quanto prima
contraddette da ciò che non c'è e soprattutto da ciò che
potrebbe esserci. Si eviterebbero incidenti di percorso come quelli che hanno
sottoposto ad un fuoco di fila di nuovi interrogativi, con le scoperte più
recenti, il sapere degli antropologi. A cominciare dal cranio di un eurasiatico
rinvenuto a Damnisi, in Georgia, spuntato come un alieno, visto che risalirebbe
ad un milione ed ottocentomila anni fa. Un individuo piccolo e giovane, forse
una donna, dalle dimensioni "eccezionalmente piccole" ed una capacità
cerebrale di 600 cc. circa. Considerato una specie di "anello mancante"
tra Homo erectus ed i primi rappresentanti del genere Homo, arrivato fino ai
confini dell'Europa. Il guaio è che l'ominide dai grandi canini di Damnisi
fa retrodatare la comparsa della specie in quelle zone di 800.000 anni, visto
che dovrebbe discendere dall'australopiteco africano , che si sarebbe allontanato
dalla sua "culla", grazie anche al suo cervello, solo un milione di
anni fa. Dividendosi per sempre dal "parente" scimpanzé. Chi
è dunque l'uomo di Damnisi?
Se l'Eurasia chiama, l'Africa prontamente risponde. Ed ecco affiorare dalle
sabbie del Sahara quello che è stato definito "il cranio più
antico della storia". E'riemerso nel Ciad settentrionale, è stato
battezzato "Sahelantropus tchadensis" e soprannominato Toumai, che
nella lingua indigena vuol dire "speranza di vita" ed indica i bambini
nati prima della stagione secca. "Il volto appare piatto, con tratti poco
pronunciati, e poi c'è il canino, piccolo rispetto a quello degli scimpanzé".
Caratteristiche che lo avvicinano molto all'uomo". Ma quale uomo visto
che Toumai si colloca fra 7 e 5 milioni di anni fa? Una nuova specie? dal cervello
di appena 320-350 centimetri cubici. Lo scopritore, il francese Brunet, come
tutti gli scopritori non ha dubbi:"E' stato molto emozionante aver tra
le mani l'inizio della linea evolutiva che ha portato al genere umano".
In attesa di ulteriori sviluppi si può solo rilevare che i due crani,
secondo lo schema dell'evoluzione finora codificato, sono stati trovati dove
"non dovevano essere". La natura, la realtà si tolgono così
il gusto di sovvertire il presunto primato della scienza, come giocatori che
spariglino le carte, mettendo in crisi l'ortodossia.
A questo punto continuare a pensare che l'Africa sia stata l'unica culla diventa
difficile, come ancora più difficile è continuare a credere che,
grazie alla crescita della materia cerebrale i primi ominidi si siano convertiti
in emigranti dal ceppo originario del continente nero. Difeso strenuamente come
unica "culla", per il fatto che l'uomo doveva discendere dalle scimmie,
cominciando a trovare la sua individualità, nel corso dell'evoluzione,
quando si sollevò sui piedi, nella posizione eretta, per meglio muoversi,
in fase di difesa e di offesa, nelle erbe alte della savana. Ora si rispolvera
un multiregionalismo, che porrebbe in migrazione un "cespuglio" di
australopitechi, che avrebbero proceduto gli "eretti" alla scoperta
del mondo. Con buona pace di un albero genealogico che procedeva in maniera
rettilinea. E il motore-cervello? Un organo come un altro. Gli antenati non
si sarebbero mossi sulla spinta dell'accresciuta materia cerebrale, ma sull'onda
di un impulso iscritto nel Dna fin dalle origini del genere umano. Uomini delle
caverne si, ma già potenziali Ulissi. Figli di una scintilla primigenia,
divina o meno, anche nell'aspetto ferino e sotto il manto di pelo. Almeno fino
alla prossima puntata.
DACCI
OGGI IL NOSTRO CERCHIO QUOTIDIANO
Sembrano il
codice cifrato di un Archimede pitagorico maniacale. Una via di mezzo fra
matematica ed arte, segno e messaggio,
simbolo e mistero. Il passatempo di un
buontempone ispirato, lo scherzo di un vagabondo delle stelle, la rifrazione
attraverso qualche satellite (come suggerisce qualcuno di nostra conoscenza) di
una tecnica e di una comunicazione incomprensibili, un fenomeno naturale, che
sfugge ancora alle capacità di indagine e spiegazione? Interrogativi senza
risposta. Nondimeno continuano ad affascinare con i loro rebus irrisolti, con
quelle forme ai confini di un talento tanto inedito quanto inesauribile. Che usa
la natura per dare corpo alle sue criptiche creazioni. Quasi possa esserci un
“architetto” alle spalle, che si diletta a giocare a nascondino. In una
forma cangiante, che non ha corrispettivi nel nostro sapere e che tutt’al più
ricorda i maghi dei gessetti, che colorano con le loro figure i marciapiedi o il
caleidoscopio, nel quale affondavano un tempo gli occhi curiosi e rapiti dei
bambini. Quando i gadget tecnologici erano di là da venire. Parliamo,
naturalmente, dei cerchi nel grano. Li offrono le televisioni sulla linea di
confine, ne parlano riviste specializzate, ma la ricerca-che-non cerca, quella
che, quando si confronta con una novità “impossibile”, la rimuove al punto
da considerarla ininfluente e persino inesistente, li ignora con tenacia. Fece
più scalpore mediatico il fatto, veramente incredibile, che ad eseguirli
fossero due vecchietti. Evidentemente dotati, fra l’altro, del dono
dell’ubiquità. La verifica sul campo dimostrò che la rudimentale tecnica
artigianale e naive dei due arzilli burloni non aveva nulla a che vedere con la
perfezione degli autentici cerchi nel grano. Che si moltiplicano, fra l’altro,
ad un ritmo e con una fantasia impressionante. Da dove vengono, cosa
rappresentano, chi li esegue, a cosa servono? Sono un’esercitazione fine a sé
stessa o hanno un senso? Sono “trasmissioni” singole o fanno parte di un
disegno generale? E’ un linguaggio figurativo-numerico, una geometria a suo
modo sacra? Non è facile rispondere. Una delle chiavi è indubbiamente quella
che persegue lo stesso direttore di questa rivista, Adriano Forgione, in tandem
con Alfredo Di Prinzio. Percorrono una pista simbolica, dai riscontri tanto
plausibili quanto inquietanti. Che se non risolve la litania dei perché, avanza
una lettura tanto fascinosa quanto possibile.
Noi sul tema siamo profani, ma ci pare che due, tuttavia, siano gli elementi fondanti, ricorrenti dei “crop circles”. La figura del cerchio ed il grano. Perché il cerchio, perché il grano? A questo punto può soccorrere ancora il simbolo. L’uno e l’altro hanno valenze universali e universalistiche. Il cerchio è figura geometrica per eccellenza, la forma per Platone più perfetta; è sole e luna, la cui unione è l’opera ultima. Stonehenge, come molti templi sono circolari, Atlantide era una serie di circoli concentrici di terra e d’acqua. Il cerchio non ha un inizio, non ha una fine, nel suo perimetro l’alfa si confonde con l’omega. Il cerchio è un Dio perennemente al centro di ogni cosa. Il movimento delle sfere, con la sua musica celeste, ha un andamento circolare. L’eternità, l’ouroboro, è un serpente, che si morde la coda. Il cerchio alchemico è oro e la “quadratura del cerchio” è il superamento della materia, per un uomo che torna al divino. Un cerchio di scongiuro disegna il mago, un cerchio luminoso diventa aureola, tre cerchi uguali sono la Trinità…
Allo stesso
modo il grano, che è messe, che è spiga, che è farina ed infine pane. Emblema
di fecondità, di attributo solare, di Cristo (il chicco divino), di
germinazione e crescita, di comunione ed eucaristia, quindi di rigenerazione e
resurrezione. Un fascio di
spighe è “l’integrazione imposta dall’unione
forzata nella molteplicità” è l’insieme “dei poteri psichici integrati e
diretti verso finalità”. Anche la Madonna è un covone di grano (Cristo) e il
suo manto è di spighe. Il “Cantico dei cantici” aggiunge: “Il tuo ventre
è un mucchio di grano”, mentre nel Vangelo di Giovanni Gesù afferma: “In
verità, in verità vi dico se il chicco di grano caduto in terra non muore
rimane solo. Se invece muore produce molto frutto”. Il pane è il pane della
vita, che si moltiplica con i pesci, è nutrimento soprattutto spirituale, come
sull’altare, insieme al vino. “Il cammino del pane – dal chicco di grano,
che viene sprofondato nel buio solco del terreno, dal campo che si tinge
delicatamente di verde, dall’ondeggiante e dorato mare di spighe, attraverso
il lavoro della mietitura e della trebbiatura, il processo della macinazione del
setaccio, la preparazione dell’impasto e la cottura al calore del forno, fino
alla sua generale distribuzione sul desco familiare, - ebbene, ogni tappa della
trasformazione di questo cibo è densa di valenze simboliche, e testimonia il
cammino compiuto della civiltà umana”.
Forse tutto questo e altro ancora i cerchi non lo dicono. Ma quanto sarebbe bello, se lo dicessero con i loro meravigliosi ed enigmatici geroglifici!
THOR HEYERDHAL, IL GRANDE SEMINATORE
Se
ne è andato nel silenzio. Le pagine dei giornali, così pronti a mettere in
evidenza le notizie dell’inutile, hanno trattato la sua uscita di scena come
un avvenimento minore. Eppure ci ha lasciato un gigante. Forse un inconsapevole
erede di quella stirpe sparita alle origini del tempo. Thor Eyerdahl aveva 87
anni. Dal 1958 viveva in un piccolo centro della Liguria, abbarbicato di fronte
al mare. Quel mare che, da Colombo al norvegese, è come una sorta di virus. Che
si insinua nell’animo dell’uomo, facendone in qualche modo un clone
dell’Ulisse omerico. Anche se Eyerdhal, quando arrivò in Italia, il primo
“folle volo” l’aveva già compiuto. La sua è una leggenda fatta di
intuizioni. Puntualmente sperimentate sulla propria pelle e sul campo. A rischio
della vita. A dispetto del coro degli scettici. Heyerdhal non poteva produrre
documenti, perché la documentazione di qu
anto asseriva non poteva esistere. Ha
portato prove. Non è bastato. Perché non c’è avversario più ostico di
quella cultura ottusa, che si trincera sulle proprie posizioni e che, come le
tre scimmiette non vuol vedere, non vuol parlare, non vuole soprattutto sentire.
Poiché quanto andava sostenendo provocava solo lo scherno degli studiosi
Heyerdhal si convertì in un antenato: come un antenato lasciò libri e carte
per prendere il mare. Era convinto che la Polinesia era stata raggiunta e
popolata dalle genti del Perù. Che l’origine asiatica di quelle etnie era una
menzogna. Aveva individuato una mole di indizi a sostegno delle sue teorie.
Tutti replicavano che una simile impresa era impossibile.
Andò nella foresta dell’Ecuador, tagliò i tronchi di legno di balsa nella giungla, li scortecciò come facevano gli antichi Incas, li legò con funi di canapa. Costruì una zattera con due alberi ed una vela quadrata, che innalzava il volto barbuto del figlio del sole: la chiamò “Kon Tiki” (nella lingua kechua degli indios Kon Tiki significa appunto “figlio del sole”, che in seguito si tramuterà nel Virakocha delle leggende inca). Un vegliardo, nell’isola di Fatuhiva, mentre era in luna di miele, gli aveva raccontato: “Fu Tiki, dio e capo a guidare i nostri lontani genitori su queste isole”. Furono il genio ed il coraggio a guidare Thor, cinque compagni ed un pappagallo, attraverso 8000 chilometri di oceano. Una capanna di bambù intrecciato e foglie di banana come riparo, un rudimentale timone come strumento di navigazione. Il cibo l’offriva l’acqua salata dove pescavano, squali compresi. Per centouno giorni il loro mondo fu soltanto una sfida quotidiana all’elemento liquido, che spesso mostrava i muscoli a quel drappello di argonauti pazzi. Lasciano Callao, sulla costa peruviana, il 28 aprile 1947. Il 7 agosto finiscono contro la barriera corallina dell’arcipelago di Tahiti: nell’atollo di Raroia, che fa parte delle Tuamotu. Thor aveva 33 anni. Il Pacifico era domato. I Moai dell’isola di Pasqua potevano avere individuato la loro origine. Non erano domati gli scienziati, che non si sporcano mai le mani e rimangono avvinghiati ai libri scritti e alla zattera rassicurante del già noto.
Ma Heyerdhal era un vichingo inarrendevole, un Erik il Rosso nato per seminare dubbi nel grande stagno del sapere e della conoscenza. Effettuò altre “traversate impossibili”. Con barche di papiro battezzate “Ra”, come avrebbero potuto fare gli antichi egizi, superò l’Atlantico, salpando dal Marocco. Ancora una volta il gioco delle correnti, nelle quali confidava, gli fece raggiungere le Barbados. Alla sua veneranda età andava ancora a caccia di piramidi, cercando un nesso fra civiltà precolombiane ed Egitto. Studiava i Sumeri e inseguiva Asgaard, la mitica residenza del re dei vichinghi. L’evidenza delle sue avventure, dei manufatti e del buon senso spingevano le sue vele. Etnologi ed antropologi remavano contro.
Resta un gigante che ha navigato sempre controcorrente. Lasciandoci, come sanno fare i grandi, una serie di interrogativi. Sui giornali, lo ripetiamo, poche righe. Titoli, che in gergo, vengono chiamati da “taglio basso”. Viene da pensare alle pagine intere dedicate alla scomparsa recente di qualche tifoso piuttosto noto, come l’avvocato Prisco o la madre di Cecchi Gori. Quali furono i loro grandi meriti, oltre a quelli della passione sportiva? A questo punto il dubbio si dilata, per abbracciare i troppi temi irrisolti del tempo che viviamo. Che pure si dice orfano e recrimina sul tramonto di valori e virtù. Che non riesce nemmeno a riconoscere la grandezza di un cacciatore di verità, di un cavaliere del mondo e del mare. Di un esploratore che cercava in terra l’anima dell’uomo.
IMPARA L'ARTE E ARRETRALA NEL TEMPO
In principio fu il verbo, la
parola. Da cui tutto è cominciato e con quel che ne è seguito. Che non è stato
poco. Parola come scrigno misterico, come sequenza di suoni, di consonanti e
vocaboli, in grado di celare e disvelare al tempo stesso il segreto
dell'esistenza, l'espressione del divino. Parola che può tramutarsi in segno,
simbolo o puro disegno, ovvero arte. Che spesso è scrittura, che procede per
immagini. Parola e segno come alba del mondo. Non a caso, nei secoli che ci
hanno preceduto, chi aveva il dono della parola come della scrittura, quindi
del segno, era venerato come un essere superiore. Così l'artista è un tramite
con il divino. Siamo ere distanti dal nostro linguaggio e dai segni di tutti i
giorni, ridotti a pura espressione meccanica o mnemonica, per lo scambio di
comunicazione fra gli esseri umani. Specie in tempi di cosiddetta comunicazione
globale, ma anche di totale incomunicazione, mai così lontani, rispetto al
passato, dalla parola-segno sorgente; specie in un'epoca mediatica, che cerca
di fare della parola e dell'immagine un'arma, sulla scia di un futuro (già in
parte pericolosamente presente) da consegnare per qualcuno ad un "grande
fratello" di orwelliana memoria. Sulla scorta anche di quella caricatura,
costituita dall'omonima trasmissione televisiva. Esempio di audience a basso
prezzo e di un uso della parola, del linguaggio, della comunicazione e del
messaggio quanto mai caduti in basso.
Abbia o non abbia un'anima
la parola-segno, anche qualsiasi linguaggio, come ogni manifestazione che lo
traduce in segnale, ha bisogno per la scienza di un'origine precisa. Nella
necessità di riempire a tutti i costi gli spazi vuoti dell'incognito.
Probabilmente dell'inconoscibile. Sappiamo ancora troppo poco di noi per
stabilire con sicumera da quando la "favella", pronunciata e
tracciata, ha accompagnato l'essere, da quando si è trasformata in un'eredità
orale, scritta o "picta", da affidare ai posteri. Nondimeno i sacerdoti
dell'ortodossia hanno bisogno di date, di caselle, di scadenze. Anche quando
queste si basano su pochi dati e su moltissimi omissis. In un'erudizione che
cerca di mettere dei punti fermi che, nel tempo, servono solo a porre
altrettante barriere all'avanzare della conoscenza. In un processo scontato.
Se
si dà, difatti, attraverso studi, che possono durare una vita intera, un
incipit, come lo si può rinnegare all'apparire di elementi nuovi e
stravolgenti? Sarebbe come un darsi la morte. E sul cammino della scienza sono
pochi gli "esperti" disposti ad un venerabile e intellettuale
harakiri, al sacrificio. Più facile, più semplice, più pratico osteggiare il
nuovo.
Ma la vita è fatta di
sorprese. Così di colpo la prestigiosa pubblicazione "Science" ha
dovuto fare arretrare la "nascita" dell'arte a 77.000 anni fa. I
record sportivi dell'uomo vanno avanti per frazioni, a volte infinitesimali di
unità. Quelli della cosiddetta scienza sono costretti a balzi da canguro
scomposti. Persino risibili. Fino a ieri la "nascita" dell'arte aveva
la metà degli anni. E' invecchiata repentinamente. Tutto è dovuto alla scoperta
in Sudafrica, presso Città del Capo, a Blombos Cave nel 1999, di ottomila
frammenti di ocra, di cui sette "con possibili incisioni e due con
incisioni certe", oltre al rinvenimento di vari oggetti di pietra
scheggiata. Fino a ieri si era decretato che l'arte era nata fra i 35.000 e i
40.000 anni fa. Un dato difeso graniticamente (ma l'era della pietra non era
stata superata?), a dispetto di numerosi altri reperti, che mandavano da tempo
in tilt la clessidra ostentata come un ostensorio dagli scienziati. E' il caso
di una minuscola figura femminile proveniente dalla alture del Golan
israeliano e di una pietra lavorata (amigdale) proveniente dall'Inghilterra,
dove due fossili sono posti, proprio al centro dei manufatti, in una scelta
altamente decorativa. Il guaio è che quei fossili fanno retrodatare le
opere a 250.000 anni fa, mentre i "sapiens" risalirebbero a 130.000
anni fa. Ulteriori scoperte nello Zambia, trecento frammenti di ocra gialla e
rossa, naturalmente rimossi dalla comunità scientifica, avanzano sospetti per
età ancora più "impossibili": Si parla di 350.000, 400.000 anni fa.
Evidente che i conti non tornano più. Meglio per ora attenersi alle stime che
le tavolette di ocra sudafricane comportano.
Si tratta, tuttavia, di un
incredibile passo avanti, sulla via della formulazione del dubbio. Tanto più
che sulla pagina del "Corriere Scienza", un giornalista
scientifico e pragmatico, come Viviano Domenici, accenna, a voler prendere
chiaramente le distanze, alla riottosità degli specialisti "a spostare
all'indietro le date che ormai sono stampate sui libri (che
hanno scritto loro) e aggiunge che "se questi oggetti venissero
riconosciuti come "oggetti d'arte" ne discenderebbe che i primi
artisti della storia non fummo noi "sapiens" (comparsi, lo ripetiamo,
sulla terra attorno ai 130.000 anni fa), ma una specie umana che ci ha
preceduto. E questo, per molti, è insopportabile".
E fu così che il "sapiens",
a fronte di chi lo aveva preceduto, diventò del tutto "insipiens".
DAL VINO DELLA SCIENZA UN SORSO DI VERITA'
Il
vino è ancestralmente collegato alla verità ed al sacro. Riti che si perdono
nel tempo, con i culti di Dioniso e Bacco. In Oriente e in Egitto gli acini
dell’uva venivano chiamati “gli occhi di Horus”. In una linea di confine ininterrotta
fra il limite terreno e quello non terreno. Un nettare che elevava la mente
allo stato d’ebbrezza, fino al limitare della soglia del divino, in una comunione,
che la chiesa cattolica raccoglierà. Così “il sangue dell’uva” si trasforma
nel sangue di Cristo, attraverso il rito che si rinnova sull’altare. “L’esperienza
religiosa ha elevato il vino a parabola del sangue divino. Nel vino è l’elemento
eccitante, la forza dello spirito, che vince il peso della terra e mette ali
alla fantasia… il miracolo del vino è, dal punto di vista dell’anima il miracolo
divino della trasformazione di un’esistenza terrena vegetativa in uno spirito
alato”. E’ il versante animico-spirituale della personalità umana, che trova,
attraverso la bevanda degli dei, un canale di mediazione con il mondo altro.
Il sangue, d’altronde, unisce a sua volta simbolicamente tanto la vita quanto
la morte, l’aldiqua come l’aldilà. Nulla a che vedere con l’uso e l’abuso dell’alcool.
Anche se spesso l’ubriaco, come il folle, può essere un esempio di innocenza.
Un simbolismo, mai abbandonato, insistito visto che Cristo diventerà la vite,
i discepoli i viticci e la vendemmia, il simbolo del Giudizio Universale, che
accompagna la fine dei tempi. La vite, infine, come albero della vita, che si
tramuta nella croce. Insomma una “bevanda spirituale”, un fuoco vitale, che
si spargeva in terra anche per i defunti, che ancora oggi il sacerdote beve
e unisce al pane nel sacramento dell’Eucarestia. Tutto questo e molto altro
ancora è il vino, anche se ai nostri giorni ha perduto il suo connotato sacrale,
come ogni altra cosa, per diventare una libagione, un sapore da sposare ad un
buon pasto per la festa profana delle papille gustative. Per trasformarsi addirittura
in uno “status symbol”. A dimostrazione della caduta verticale dei simboli nella
società contemporanea. Ciò che era considerato un veicolo dello spirito, oggi
è l’oggetto del desiderio della materialità più spinta, quella legata alla capacità
economica dell’individuo.
Tutto questo come preambolo ad un fatto singolare avvenuto in Francia. Presso
l’università di Bordeaux, in un tempio cioè della ricerca scientifica, in una
famosa area vitivinicola, che non ignora il “background” esposto e dove si tramanda
nei secoli la cultura e la coltura del vino. E’ là che due professori hanno
dato vita ad un esperimento scientifico, con la complicità ignara di 54 degustatori,
scelti fra i migliori studenti della facoltà di enologia. All’esame dei quali
è stato sottoposto un bianco ed un rosso. Com’era il rosso? Con tracce di violetta,
cacao, tabacco e persino con un retrogusto di animale. Com’era il bianco? Al
sapore di miele, pompelmo, burro e addirittura idrocarburo. Al rosso gli esperti
hanno puntualmente assimilato elementi dal colore scuro, al bianco al contrario
elementi dal colore chiaro. Nel primo vi hanno individuato un retrogusto anche
di pepe, nel secondo persino di paglia. In “vino veritas”?
La verità è che il vino era sempre lo stesso, un bianco del 1966, vitigni Sémillon
e Sauvignon. I due professori avevano fatto diventare il bianco anche rosso,
grazie ad un colorante inodore e insapore. Deducendone che il colore influenza
l’esperienza olfattiva, l’odore. Limitandosi a sostenere “che la degustazione
è un’illusione doppiamente orale, poiché è al tempo stesso boccale e verbale”.
A restarne coinvolta sarebbe una zona della nostra corteccia, area V1, che spingerebbe
all’inganno. Ne scaturisce, per quanto ci riguarda, una semplice, elementare
constatazione. Che svela come un certo condizionamento, dovuto all’abitudine,
porti conseguentemente alla menzogna. Sia pure in buona fede. Denunciando un
“habitus” mentale, che ha bisogno dell’uso del vino (fedele, in questo caso,
alla sua tradizione sacrale), per essere eluso ed aggirato. A noi, difatti,
il problema pare, soprattutto, un altro. La verità sorprendente, circa l’esito
dell’esperimento scientifico, ci sembra esemplare. Un sano scetticismo dovrebbe
presiedere alle cosiddette certezze scientifiche che frequentemente finiscono
con il tradursi nella difesa del luogo comune. Producendo pigrizia ed ottundimento.
Al punto che anche un finto vino rosso deve forzosamente corrispondere alle
caratteristiche del vino rosso. Purché ci sia una documentazione attendibile.
Il “documento-vino-rosso” assaggiato è reale: semplicemente non è autentico.
Quante volte si è interpretato e si interpreta per rosso ciò che rosso non è,
per il semplice fatto di essere presentato e interpreto da sempre come tale?
In questo modo ogni possibile errore della scienza viene annullato in partenza,
sulla base di un presupposto fasullo. Fino a prova contraria conclamata ed accettata.
Anche se Leo Longanesi qualche dubbio lo aveva avanzato, con una battuta illuminante:
“Esperto: un signore che, a pagamento, ti spiega perché ha sbagliato l’analisi
precedente”. Restando sempre esperto e considerando inesperti sempre gli altri.
Specie se non appartengono alla sua casta. O corporazione?.
Usiamo l’interrogativo, perché preferiamo non avere troppe certezze.