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L'ottava meraviglia del mondo
La
presenza in Perù di vestigia colossali realizzate con tecniche ancora sconosciute
e con macigni dal peso di decine di tonnellate è un enigma che non è ancora
stato risolto. Se non furono gli Incas, chi eresse le mura di Sacsayhuaman,
e come?
di Giorgio Franchetti
Da anni ci si interroga sul come gli antichi abbiano potuto trasportare, per lunghe distanze e fino a proibitive alture, gli enormi blocchi di pietra utilizzati per le loro costruzioni ciclopiche. Tale enigma permane sia riguardo culture sorte nel "Vecchio Mondo" che oltre Oceano. Tralasciando al momento le implicazioni che questa corrispondenza comporta, ci si dimentica talvolta di approfondire un lato oscuro legato a questo mistero storico: una volta trasportati questi enormi blocchi nei loro luoghi di posa in opera, come fecero gli antichi a sagomarli in maniera così perfetta da rendere inutile l'impiego di malta o di qualsiasi altro cementificante? Infatti, i blocchi, del peso di svariate decine di tonnellate, sono stati molto spesso intagliati e sagomati a "puzzle" in modo da incastrarsi perfettamente l'uno con l'altro, tanto che nelle loro intercapedini, del tutto inesistenti, è impossibile persino inserire la lama di un coltello. Particolari e stupefacenti esempi di questa
tecnica si rintracciano soprattutto nelle fortificazioni delle culture precolombiane sud-americane di origine incaica. L'operazione di intaglio, trasporto sul luogo e posa in opera di tali megaliti, provocherebbe dei grossi grattacapi anche alla moderna tecnologia. Ma allora come fecero gli antichi Incas a risolvere così brillantemente questo problema? Al seguito dei Conquistadores sbarcarono in America monaci colonizzatori ai quali era stato ordinato di distruggere sistematicamente ogni scritto pagano degli indios e, sfortunatamente, questo sciagurato compito venne svolto con tale zelo che oggi i "codici" superstiti sono pochissimi. Se queste tecniche oggi sono andate perdute lo dobbiamo anche e soprattutto a questa feroce quanto assurda repressione. Ultimamente, sulla scorta dell'attenta rilettura di racconti popolari indios e di quei pochi manoscritti che una manciata di monaci colonizzatori, contrariamente a quanto era stato loro ordinato, conservarono gelosamente, si sta facendo strada un'interessante teoria.
Un monolite di oltre 360 tonnellate
Gli incas erano una cultura andina che parlava la lingua quechua e ufficialmente non possedeva un sistema di scrittura codificato (sebbene i nodi quipu rappresentino una forma di codificazione delle informazioni). Con la parola "Inca" si indicavano i sovrani, ma successivamente, con tale termine fu identificato l'intero popolo. Secondo William Sullivan, nel suo libro
"The secret of the Incas", questo impero era sorto circa un secolo prima dell'arrivo degli spagnoli. Eppure il suo dominio si "...estendeva dal Cile alla Bolivia; occupando un territorio pari alla Francia, al Benelux, alla Svizzera e all'Italia messe insieme...". Gli Incas riuscirono a lastricare mirabilmente quasi 390.000 miglia quadrate di territorio, con una tale rete di strade da far impallidire l'ingegneria dell'Impero Romano. Nonostante ciò esistono vestigia ancor più stupefacenti appartenenti alla stessa cultura. Il complesso archeologico peruviano della fortezza di Sacsayhuaman, che da un'altura domina la città di Cuzco, si trova a diverse migliaia di metri sulla Cordigliera Andina. Sacsayhuaman è costituita da tre terrazze fortificate con mura di protezione. Quella inferiore si caratterizza per l'imponenza e la grandezza degli enormi blocchi megalitici. Il più grosso di questi misura 9 metri in altezza, 5 in lunghezza, 4 di larghezza e pesa 360 tonnellate circa. L'impresa di estrazione di questo gigante di pietra, il suo trasporto e il successivo posizionamento nel muro di cinta, devono essere stati impresa superiore all'immaginabile. Eppure, il blocco è lì, perfettamente incastonato e in qualche modo gli Incas devono averlo fatto. Ma come?
L'ottava meraviglia del mondo
Gli studiosi ritengono che la messa a punto finale dei monoliti avveniva "in situ", quando gli enormi macigni venivano posti nella loro sede finale e poi, con un lavoro di sfregamento con i blocchi vicini, impiegando anche della sabbia per smussarli, questi assumevano le caratteristica forma a più angoli irregolari che ne permetteva il perfetto incastro. Questa spiegazione, citata per esempio da Jessup (1934), risulta forse possibile per i blocchi di roccia di modeste dimensioni (provate comunque a sollevare e spostare per chilometri in salita un blocco anche solo di una tonnellata, poi muoverlo avanti e indietro per sfregarlo con i blocchi vicini). Essa perde totalmente di consistenza se si considerano, però, blocchi di 10 o 20 tonnellate, figuriamoci di oltre 300. J. Alden Mason in "Le Antiche Civiltà del Perù" presenta questa spiegazione sebbene non pare prenda in considerazione alcuni importanti fattori. Primo fra tutti che, per quanto ci è dato di sapere, gli Incas non impiegavano la ruota. Quindi, tornando alla provocazione di qualche riga più in alto, come hanno potuto spostare per migliaia di metri lungo ripidi pendii, sollevare e poi ovviamente muovere un blocco di pietra anche solo di una tonnellata... senza usare o poter usare ruote? I conquistadores spagnoli rimasero talmente stupefatti e affascinati di fronte alla precisione del lavoro
ingegnieristico di quegli incastri che considerarono Sacsayuhaman come l'ottava meraviglia del mondo; ma non ci risulta che chiesero mai quale tecniche fossero state impiegate per la loro realizzazione.
Una traccia storica
Secondo lo studioso Robert Fleming Heizer nell'antica lingua quechua, il termine Sacsayhuaman significava
"saziati o falco". Sembra una metafora per esprimere l'inespugnabilità della fortezza, ricordando al nemico che se avesse osato attaccarla sarebbe stato fatto a pezzi e finito in pasto agli avvoltoi. Una simile traduzione del nome ce la fornisce Sir Clemens Markham, secondo il quale esso significava "Falco soddisfatto". Uno storico al seguito degli spagnoli, Garcilaso de la Vega, descrisse così la fortezza : "...può davvero sembrare incredibile a chi non l'ha vista. E ad altri può sembrare frutto di incantesimo...Non si riesce a immaginare come abbiano potuto estrarre simili massi dalle cave...Infatti gli indiani non dispongono di buoi, non costruiscono carri. Ma ancor meno si capisce come abbiano potuto connettere pietre siffatte e in modo tale che a stento si giunge a inserire, tra l'una e l'altra, la punta di un coltello...". E ancora "come possiamo spiegare il fatto che questi indiani del Perù siano stati capaci di tagliare, scavare, trasportare e sollevare e abbassare questi immensi blocchi di pietra che sembrano più pezzi di montagne che non pietre da costruzione? E' esagerato dire che rappresentano un enigma ancor più grande delle sette meraviglie del Mondo...?". Facile leggere in queste semplici e trasportate parole di Garcilaso de la Vega, tutto lo stupore di questi uomini d'armi, avventurieri e colonizzatori del Nuovo Mondo, che non sapevano spiegarsi il prodigio tecnologico a cui assistevano. Secondo autorevoli fonti, il complesso fortificato venne abbandonato prima dell'avvento degli spagnoli, per cui questi non furono testimoni di eventuali spostamenti di massi ciclopici. L'unica traccia storica dello spostamento di un megalite da parte degli Incas ce la riferisce ancora Garcilaso nei suoi Commentari Reali degli Incas. Lo stesso racconto ci induce però a ritenere che gli Incas non avessero alcuna esperienza delle tecniche necessarie; soprattutto dal momento che il tentativo riportato finì in un totale e tragico fallimento. Garcilaso ci racconta di "...un grandissimo masso che fu trascinato attraverso la montagna da più di ventimila indiani che salivano e scendevano per le ripide colline...A un certo punto il masso scivolò dalle loro mani sopra un precipizio; schiacciando più di tremila persone...".
Il lavoro del carpentiere
A tutt'oggi quello del trasporto di pietre ciclopiche è uno dei maggiori misteri che circonda il popolo incaico. Sembra farsi però spazio un'affascinante spiegazione della tecnica di squadratura dei blocchi. Questa leggenda appare per la prima volta in una storia del Cile scritta intorno al 1650 da Padre Diego de Rosales, uno dei tanti monaci che erano stati inviati nel Nuovo Mondo con l'intento di evangelizzarlo. Il prelato ci riferisce le straordinarie proprietà di una pianta sconosciuta denominata "Pito", in grado di sciogliere i calcoli ai reni. Sappiamo che i calcoli sono aggregati calcarei che si formano nei reni e che spesso danno luogo a dolorosi fastidi. Sembrerebbe che un estratto di queste foglie, ingerito, potesse "sciogliere" questi sassolini. Padre
Diego continua il suo racconto precisando che un certo uccello che lui chiama "carpentiere" "...si nutre delle foglie di Pito per purgarsi e per rinforzare il becco con il quale poi può scavare e lavorare anche il legno più duro...". La stessa leggenda è ripresa in uno studio di Percy Fawcett, esploratore britannico della prima metà del
900. Fawcett afferma che un uccello che vive sulle montagne del Perù e della Bolivia, per nidificare, scava buchi nella roccia viva. Sembra che il pennuto assolva tale compito tenendo strette nel becco delle foglie particolari e sfregandole sulla roccia con un movimento rotatorio regolare. Le foglie avrebbero l'effetto di "ammorbidire" la roccia a un punto tale da permettere all'ingegnoso uccello di scavarvi il nido con il becco. Sempre Fawcett riporta il racconto di un inglese a cui si erano completamente sciolti gli speroni camminando in un area ricoperta di bassa vegetazione. L'autore continua dicendo che all'inglese fu detto che quelle erano le foglie di "Pito", dalle quali veniva estratta una sostanza che consentiva agli antichi scalpellini incas di ammorbidire la pietra e trasformarla in un pasta (forse conteneva un acido n.d.r.); tanto che questi poi la forgiavano a loro piacimento. Sembrerebbe davvero fantascienza se non fosse per due articoli, del 1955 e del 1970, in cui A. e V. Schatz sostennero apertamente che gli Incas conoscevano le proprietà di questa pianta dalle foglie rosse; che però non è stata mai precisamente identificata. Secondo gli autori, gli Incas ne estraevano un succo che consentiva loro di lavorare la pietra da costruzione.
Sfortunatamente, né Garcilaso né Don Diego de Rosales, essendo degli storici, cercarono di raccogliere in un erbario le mitologiche foglie di Pito. Può darsi che questa sia solo una storia tratta dal meraviglioso folklore andino. Però le mura esistono e sono lì, con i loro segreti, forse non svelati da questa leggenda, ma neanche spiegabili con le teorie "ufficiali" che figurano migliaia di schiavi a trainare, per l'intera vita, immensi macigni. Almeno per una volta comunque, quale certezza si nasconda dietro questa leggenda ci è dato saperlo: è la fortezza di Sacsayhuaman, che ancora oggi dopo secoli, con le sue ciclopiche mura, porta avanti il compito di difendere e di ostacolare, non facendosi penetrare neanche sul mistero delle sue origini.
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Fonti:
Robert Fleming Heizer "L'era dei Giganti" Marsilio Erizzo editore.
J. Alden Mason "Le antiche civiltà del Perù" Sansoni, 1961
Autori vari "Atlas de Lugares Misteriosos" Debate, Buenos Aires
Sir Clemens Markham "The Incas of Perù" Smith, Elder and Co. London, 1911
Garcilaso de la Vega "Commentari Reali degli Incas" , Rusconi, 1977
William Sullivan "The secret of the Incas", Crown publishers, New York, 1996
Peter Frist "Exploring Cuzco", Nuevas Imagines, Lima, 1989