 |
MITI,
CIVILTA' SCOMPARSE,
MISTERI ARCHEOLOGICI
Rivista
edita da Adriano Forgione Editore
|

Le
Sacerdotesse Messianiche dei Catari
di
Sir Laurence Gardner
Prima
che nel corso del Medioevo l’Inquisizione della Chiesa soffocasse
formalmente la tradizione del Graal, i malcapitati cristiani eterodossi (così,
al tempo, venivano chiamati gli eretici) comprendevano anche i Catari, termine
che tradotto in Linguadoca, l’idioma dell’omonima regione del sud della
Franc ia
dove il movimento si era affermato, significava “i Purissimi” (cfr. HERA n°
16 pag. 56). I Catari mostravano una forte connessione
con la cultura dei Signori dell’Anello (che prende
il nome da Re Salomone, il “Signore dell’Anello” per eccellenza, e la
cui tradizione nasce in Mesopotamia, N.d.R.) e, in accordo con la tradizione,
si riferivano alla dinastia messianica del Graal come alla “razza elfica”,
da loro venerata come quella de “i Risplendenti”.
Nella lingua in uso nell’antica Provenza, un Elfo donna era detta albi (elbe
o ylbi), mentre “Albi” era il nome del più importante centro cataro della
regione. Questo nel rispetto della linea di discendenza femminile della
dinastia messianica del Graal, perché i Catari erano sostenitori della
cosiddetta Albi-gens (Albigesi o popolo Elfico): il lignaggio di sangue
disceso per il tramite delle regine del Graal, quali Lilith, Miriam, Betsabea
e Maria Maddalena. Fu per questa ragione che, quando nel 1209 le armate di
Simone di Montfort e di papa Innocenzo III si mossero contro i presunti
eretici, si parlò di Crociata degli Albigesi.
Nel corso di circa 35 anni, decine di migliaia di innocenti vennero
letteralmente massacrati nel corso di una campagna militare feroce, e questo
soltanto perché gli abitanti della regione tenevano ancora viva la tradizione
originale della discendenza graaliana, in tutto opposta alla nuova, basata
sull’idea di monarchia imposta dal papato.
Ma i Catari erano ben altro, rispetto alle poche notizie che una
disinformazione precostituita tenta di propinarci da secoli sul loro conto. Dalla
Mesopotamia
In
contrasto con la modesta pochezza del clima culturale prevalente in tutta
l’Europa occidentale, la Linguadoca e la sua gente godevano di fama di
grande tolleranza e cosmopolitismo.
Come giustamente sottolineato da Yuri Stoyanov del Warburg Institute
nell’opera “Storia Segreta dell’Europa”, già nel XII secolo la
Linguadoca costituiva un vero e proprio centro di cultura
“rinascimentale”, culla della poesia lirica dei trovatori e dell’amor
cortese,
sbocciati
sotto la forte spinta di signori mecenati quali i Conti di Béziers, Foix,
Tolosa e Provenza. In più di un’occasione il papato aveva risolutamente
richiamato i signori di Tolosa, non soltanto per aver aperto il loro regno
agli Ebrei ma anche per aver concesso loro di occupare delle cariche
pubbliche.
Il concetto di appellare la stirpe regale della dinastia messianica del Graal
come i “Risplendenti”, con il chiaro richiamo anche agli “Elfi”,
rimanda molto indietro nel tempo, fino alla Bibbia e a tracce risalenti alla
Mesopotamia (Iraq) e alla terra di Canaan (Palestina). Fra gli scrittori che
hanno condotto attente ricerche sulle radici etimologiche vigenti nei secoli
precedenti la nostra era, Christian e Barbara Joy O’Brien sono certamente
fra i più illustri. Christian, già lettore di Scienze Naturali al Christ’s
College di Cambridge, ha trascorso alcuni anni come geologo esploratore in
Iran, dove ha contribuito alla scoperta della ziggurat di Tchoga Zambil. A
partire dal 1970 ha concentrato la sua ricerca sui tanti enigmi che percorrono
la preistoria, scrivendo assieme con la moglie molte opere di grande
interesse.
Nel libro “The Genius of the Few” essi rivelano che l’antica parola
“El”, usata per identificare un dio o un essere elevato (come nei termini
El Elyon e El Shaddai), nel linguaggio della mesopotamica Sumer significava
“Risplendente”. A nord, a Babilonia, il vocabolo derivato Ellu voleva dire
“il Risplendente”, come Ilu ad Accad. Col tempo il termine si era diffuso
in Europa per diventare Ellyl nel Galles, Aillil in Irlanda, Aelf in Sassonia
e Elf in Inghilterra (da cui Elfi e Albi). Il plurale di El era Elohim, quella
stessa parola usata nel testo biblico per intendere gli dei, ma
strategicamente da sempre mal tradotta con “il Solo Dio” per uniformarsi
alla tradizione giudeo-cristiana. In modo assai interessante, nella
Cornovaglia gaelica e nel sud-ovest dell’Inghilterra, il vocabolo el era
l’equivalente dell’anglosassone engel e dell’antico francese angele,
divenuto angel in Inglese. I Risplendenti fra gli Elohim (così come indicati
nelle tavolette sumeriche risalenti sino al III millennio prima della nostra
era) erano identificati con i cieli o, per lo meno, con un luogo posto in
alto, chiamato An e spesso tradotto per significare il cielo (o, meglio
ancora, i cieli).
In questo contesto le potenti divinità dell’antica Sumer erano chiamati
Anunnaki (da Anun-na-ki che vuol dire “il cielo che giunge in terra”).
Altre volte erano anche gli Anannage (da An-anan-na-ge), ossia “i
fiammeggianti grandi figli del cielo” e fu proprio da questo antichissimo
lignaggio degli Anunnaki che si avviò la dinastia dei Re messianici (che ha
in Davide, Salomone e Gesù i suoi più noti rappresentanti N.d.R.), poi
divenuta nel concetto del primo cristianesimo la Dinastia del Graal. È per
questo, dunque, che la tradizione prese a tramandare della linea dinastica
elfica o, meglio ancora, della dinastia dei Risplendenti.
In merito a chi veramente fossero questi signori detti Anunnaki o Elohim si
sta ancora dibattendo oggi. Gli antichi testi sumerici che parlano della loro
“discesa” o della loro “venuta dai cieli”, lasciano adito a molte
interpretazioni (…) non da ultima quella che si trattasse di una razza di
alieni provenienti da un altro pianeta. Su questo argomento alcuni scrittori
importanti, fra cui Zecharia Sitchin, il noto esperto di lingua sumerica,
hanno pubblicato libri e ricerche di notevole interesse (…).Esiste anche un’altra scuola di pensiero che
riconosce negli Anunnaki i superstiti di un’antica razza umana sopravvissuti
nel tempo.
In questa prospettiva, quando la tradizione dice che “scesero” si dovrebbe
intendere in
senso letterale, vale a dire immaginare uno spostamento da un luogo alto (per
esempio un altopiano o una montagna) verso uno più basso e non tanto
fantasticare di una discesa dallo spazio (…) (cfr. HERA n° 19 pag. 14).
Draghi e Pendragoni
Nella tradizione simbolica Catara aveva un
ruolo fondamentale la figura del drago che, come vedremo, è collegabile al
concetto di “Risplendente”.
Nell’antica leggendaria tradizione i draghi erano emblema di saggezza.
Secondo i Greci si trattava di benevoli esseri donatori di luce, mentre i
Gaelici li consideravano simbolo di sovranità e i Cinesi apportatori di sorte
favorevole. Fu soltanto con l’avvento della tradizione giudeo-cristiana che
il drago divenne un essere sinistro e questo, al pari di tanti altri
condizionamenti, lo dobbiamo al fatto che, purtroppo, questa cultura ha da
sempre avuto più la vocazione a soffocare la conoscenza che la tendenza a
farsene paladina.
Su questa base, il drago - simbolica immagine di colui che arreca saggezza e
conoscenza - diventò un’immagine superflua e inutile, destinata ben presto
ad essere relegata nell’oscuro e tetro reame dell’eresia.
La parola inglese “dragon” deriva da quella latina draco e ancora più in
specifico da quella greca drakon, che significava serpente. Il vocabolo è
affine e vicino a edrakon - una forma al passato del verbo derkeshtai, che
significa “vederci chiaro” - e risulta equivalente a nahash, vale a dire
il termine biblico con cui gli Ebrei appellavano il serpente. Questa parola
semitica (che, priva di consonanti, si scrive NHSH) in realtà era collegata a
un grado del comprendere
e significava “decifrare” o “scoprire”. Insomma, al serpente si
associava l’idea di un essere che vedeva chiaramente le cose: dunque, per
estensione del concetto, un essere dotato della capacità di vedere in modo
limpido, ossia ricco di saggezza. Al serpente venivano pertanto attribuite
qualità di sapiente, in grado di discernere con acutezza di giudizio. Ed è
proprio il termine nahash quello che compare nella storia della Genesi in cui
si parla del peccato di Eva, quando il serpente la ammonisce rivelandole che,
al contrario di quello che qualcun altro le ha fatto credere, non sarebbe
affatto morta nel momento in cui si fosse cibata del frutto dell’Albero
della Conoscenza.
Il potere del drago o del serpente era posseduto dai veggenti della cultura
gaelica, i Merlini delle corti reali, i profeti dei sommi sovrani. Si trattava
di una particolare categoria di sacerdoti druidi del tutto simili ai filosofi
della classicità o magi e la loro schiatta affondava le radici in
un’antichissima tribù di sacerdoti nota nel mondo indoeuropeo come i
Sapienti. In latino erano detti Noblis, dal greco gnoblis, dalla radice
verbale gno che significava “conoscere”: da cui, col tempo, “nobile”
(gnoble) e “gnosi” (conoscenza). Per consolidata tradizione, il simbolo
della saggezza (in greco Sophia) e della guarigione era il medesimo, ossia il
serpente (si pensi al serpente di bronzo o di rame di Mosè), tanto è vero
che l’emblema è ancora oggi vivo in ogni angolo del mondo, a simboleggiare
tutte le organizzazioni mediche. Serpenti che intrecciano le loro spire
costituiscono un’immagine molto diffusa anche nell’arte allegorica: basti
ricordare le tele “Mosé” di Sébastien Bourbon e “Lilith” di John
Collier. Queste altre opere sono significative in quanto riconducono non
soltanto al concetto di saggezza, ma pure a quello di nobile sapienza; in
altre parole, alla preveggente saggezza druidica del drago.Nella Mesopotamia
il drago, chiamato Mûs-hûs, era un essere a quattro zampe con compiti di
guardiano, simile ad un coccodrillo sacro, anche se poi, nel tempo, la sua
immagine ebbe a trasformarsi in quella di un grande serpente munito delle ali
di un cigno, oppure, di un pipistrello.
Anche i re e le regine messianiche venivano chiamati Dragoni e Pendragoni,
perché ad essi erano attribuite tutte le virtù dell’animale: l’indomito
coraggio contro i nemici, l’estrema saggezza e non ultima la forza sessuale.
Sovente erano raffigurati con un’armatura a scaglie e sugli abiti
comparivano emblemi serpentiformi, mentre la gnostica trascendenza della loro
conoscenza era simboleggiata
da mantelli sciamanici composti con piume di cigno. Questo aspetto piumato
divenne rilevante nelle rappresentazioni artistiche degli angeli, a
sottolineare la loro capacità di trascendere l’umana normalità, senza poi
dimenticare che il vocabolo stesso “merlino” indicava un falcone capace di
volare molto in alto e dalla vista acutissima.
Il
Giglio e il Fuoco Stellare
In Iran (l’antica Persia) e nelle Isole Canarie cresce una pianta chiamata
“L’albero del Drago” (la dracena draco). Appartiene al genere delle
lillaceae, il giglio, e la sua resina è conosciuta come “sangue di
drago”. Il rosso estratto che se ne ricavava veniva usato come colorante
cerimoniale in Oriente, dove era conosciuto come lac (da cui il pigmento
colorato o lacca usato dagli artisti col nome di rosso
scarlatto). Da quanto appena detto, diventa pertanto facile comprendere
perché il sangue di drago venisse sovente associato all’essenza del giglio.
Nel mio libro “Le misteriose origini dei Re del Graal” ho scritto come gli
antichi sovrani mesopotamici della linea di sangue sovrana che avrebbe poi
portato al concetto di Graal, erano nutriti anche con quella che veniva detta
l’essenza lunare scaturita dalle regine Dragoni: una sorta di estratto
derivato dal sangue mestruale delle donne Anunnaki, passato nella tradizione
col nome di “Fuoco Stellare”. Di esso si diceva essere “il nettare della
suprema eccellenza”, in
quanto conteneva tutti gli elementi essenziali di quello che noi oggi potremmo
definire il DNA mitocondriale, comprese alcune secrezioni endocrine capaci di
esaltare qualità interiori come la veggenza e la conoscenza sottile (cfr.
Svelando e Rivelando n°20). In
aggiunta, si è osservato come queste stesse regine fossero collegate al fiore di giglio
lilaceae (o al loto) tramite il nome che portavano: Lilia, Lilith,
Luluwa, Lilutu e Lillet.
Scaturisce da questa vera e
profonda tradizione il lignaggio “du Lac”, così comune nelle vicende
legate alla mitologia arturiana come, per esempio, Lancillotto du Lac. Da qui
la fasulla traduzione inglese di Lancillotto del Lago, visto che quella vera
avrebbe dovuto essere Lancillotto del sangue di drago (la stessa radice del
nome Lancillotto cioé “Lung” significa “Drago” N.d.R.).
Lungo questa discendenza, la dinastia messianica del Graal trovò anche alcune
varianti, fra cui, per esempio il lignaggio del Acqs, che significa “delle
acque”, da cui la tradizione regale delle Dame del Lago (si
ricordi che la Grande Madre è sempre sinonimo di “Signora delle Acque” e che nei
templi più antichi venivano offerti sangue e latte N.d.R.). La Rosi-crucis (la Coppa delle Acque o
Coppa della Rugiada), emblema del Santo Graal veniva spesso
identificata col sangue messianico, raccolto nel sacro calice del grembo
materno. Sotto questo aspetto, dunque, si può tranquillamente affermare che i
termini du Lac e del Acqs siano sinonimi, allo stesso modo in cui sembrano
esserlo le tradizioni storiche del Drago e del Graal. La
sovrapposizione di queste
storie risulta particolarmente significativa ed importante nella vicenda del
sangue e dell’acqua che sgorgò dal costato di Gesù crocefisso (Giovanni
19:34), emblematico fatto che testimonia come egli fosse per davvero un
rampollo della dinastia reale dei “Risplendenti”.
Nella tradizione del Graal, le donne - quelle del casato du Lac (ossia del
sangue di drago) come, parimenti, quelle del Acqs (ossia delle
acque) - erano legate ad una ritualistica mensile che in passato veniva svolta
nei templi dedicati alla Dea Madre. Si trattava di rituali sacri collegati al
sangue mestruale e all’acqua, svolti in onore delle antichissime Signore
della Fonte, rappresentate in modo genericamente romantico nelle figure di
Nimuë e Melusina. Queste cerimonie, ricche e fiere delle loro origini pagane,
furono osteggiate con grande accanimento dalla Chiesa e dalla dottrina
cristiana, che le definiva sataniche e vampiresche, alla stregua dell’eresia
graaliana più in generale. Per la Albi-gens, invece, queste storie occupavano
il cuore, il fulcro della tradizione cortese amorosa, quella così finemente
cantata dai trovatori. In tale contesto, dunque, questa ritualistica, ancora
viva tra i Catari, era rimasta l’unica a conservare ancora il segreto divino
delle sacerdotesse del Fuoco Stellare, le sacerdotesse erroneamente definite “prostitute
sacre”, la figura che i Greci chiamavano hierodulai (donna sacra), la cui
prestigiosa eredità storica i vescovi della Chiesa di Roma (a cui poi tra
l’altro questo appellativo venne applicato), pensarono bene di rovesciare del tutto, denigrandole come meretrici.
Torna
Prima - Torna su
|