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MITI,
CIVILTA' SCOMPARSE,
MISTERI ARCHEOLOGICI
Rivista
edita da Adriano Forgione Editore
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INTERVISTA
A GRAHAM HANCOCK
Il
mare nasconde le civiltà sommerse
di
Adriano
Forgione
Ho incontrato Graham Hancock a Malta
nel dicembre 2001. Ero con Robert Bauval ed Anton Mifsud nella hall di un
elegante albergo dell'isola. Il colloquio è stato cordiale e fitto lo
scambio di informazioni. Gli chiesi ragguagli sulle scoperte in India,
annunciate nel marzo 2001, e mi rispose: "Presto ne saprai di più.
Quando sarà il momento telefonami e te ne parlerò". Oggi, dopo la
notizia della datazione delle città sommerse, il momento è giunto. Nessuno
meglio di lui poteva fornirmi informazioni precise su questa recente
scoperta e sulle polemiche che attualmente stanno nascendo intorno al suo
nuovo libro, "Underworld", appena uscito nei paesi di lingua
inglese.
A.F. Dunque, Graham, in Inghilterra il tuo
nuovo libro "Underworld" è uscito quasi in contemporanea con
l'omonimo documentario che hai girato per Channel 4. Quali aspettative hai
da questo tuo nuovo lavoro, che ti ha visto impegnato negli ultimi anni?
G.H. Aspettative in termini di reazioni del
pubblico?
A.F. Sì, ma, soprattutto, in termini di
reazioni dell'ambiente archeologico accademico.
G.H. Con questo libro spero di ottenere una
risposta più razionale e ragionevole da parte degli accademici, rispetto al
passato. Il libro è comunque un attacco contro l'archeologia
"ortodossa" e sottolinea molti dei suoi probabili fallimenti, ad
esempio a Malta, ma questa volta ho cercato di basare molto più solidamente
i contenuti del libro su prove archeologiche accertate. Insomma, ho cercato
di fare delle dichiarazioni molto radicali ma supportate da prove
archeologiche irrefutabili. Credo che, questa volta, nel libro ci saranno
molte affermazioni su cui gli archeologi troveranno difficile essere in
disaccordo: almeno è quello che spero. Spero anche che, con le mie
ricerche, riuscirò a far prendere seriamente in considerazione il fatto
che, alla fine dell'ultima Era Glaciale, 25 milioni di chilometri quadrati
di territorio furono inondati: un evento che non è mai stato adeguatamente
studiato dagli archeologi. E quest'area assente dalla storia dell'umanità
è troppo vasta perché si possa affermare di avere in nostro possesso tutti
gli elementi della vicenda.
A.F. Quali sono stati gli ultimi sviluppi, dopo
il tuo annuncio circa il ritrovamento delle due città sommerse in India e
la loro datazione al radiocarbonio?
G.H. Ho notato che gli accademici hanno reagito
con un atteggiamento di cautela: ovviamente devono tenere conto
dell'annuncio reso dal governo indiano ma, chiaramente, non vogliono credere
all'esistenza di città così antiche sul fondo del mare. Quindi, tutto ciò
ha causato loro un certo grado di conflitto e difficoltà. Credo, comunque,
che la richiesta più pressante sia stata quella di compiere maggiori
ricerche sull'argomento: ricerche indubbiamente necessarie e spero che, nei
prossimi sei mesi, riuscirò ad organizzare delle immersioni nei siti delle
due città, in collaborazione con il team indiano del NIOT (National
Institute of Ocean Technology). Nel frattempo, è importante sottolineare
l'esistenza di un altro sito, nel sud-est dell'India, che riveste un ruolo
primario nel mio libro. Si chiama Poompuhar e ci tornerò nel mese di marzo
con una spedizione internazionale, britannica e indiana, per esplorarlo
accuratamente. Mi sono già immerso alcune volte, in quel sito, l'ho
descritto nel libro ed è stato filmato nel documentario: si tratta di una
struttura molto grande, a forma di U con l'apertura rivolta verso nord, e
venne sommersa circa 11.000 anni fa.
A.F. Non è ancora stata studiata?
G.H. Io l'ho esplorata, ma solo con un limitato
numero di immersioni e anche l'Istituto Nazionale Indiano di Oceanografia
l'ha esaminata ma anche loro hanno potuto effettuare solo poche immersioni
perché non hanno fondi sufficienti per svolgere delle ricerche adeguate.
Adesso abbiamo raccolto i fondi necessari per finanziare una spedizione
internazionale ed effettueremo tre settimane di ricerche nel sito, perché
non si tratta di una singola struttura, intorno a quella principale ve ne
sono altre 27 individuate con il sonar a scansione, quindi si tratta di un
intero complesso di edifici. La geologia del luogo, poi, indica molto
chiaramente il periodo in cui fu sommerso, 11.000 anni fa o forse ancora
prima.
A.F. Molto interessante, quindi le affermazioni
dei geologi contrastano con quelle degli archeologi?
G.H. Sì, effettivamente è così. Vedi, il
punto su cui tutti devono trovarsi d'accordo è la questione
dell'innalzamento del livello dei mari alla fine dell'Era Glaciale. La
scienza è molto chiara su questo argomento, con prove fondate ed ampiamente
dimostrate, e nessuno nega che, a quel tempo, andò persa un'enorme
estensione di terre emerse. Ma gli studiosi non hanno considerato quanto
fossero nevralgiche, durante l'Era Glaciale, quelle aree di territorio,
perché si trovavano vicino alla costa, spesso in zone riparate e dal clima
più mite, dove sicuramente la gente aveva cercato rifugio dal clima
glaciale delle zone più settentrionali.
Credo che, per l'archeologia, questo sia un vero punto cieco: molte delle
teorie finora enunciate sull'origine della civiltà sono state sviluppate
tenendo conto dei mutamenti climatici e di altri aspetti della fine dell'Era
Glaciale, ma nessuno ha mai preso in considerazione il fatto che potrebbe
esserci stata un'antecedente evoluzione dell'agricoltura e degli
insediamenti urbani, in quei territori poi sommersi dalle acque. Così come
nessuno ha mai considerato che, probabilmente, non è un caso se quelli che
oggi interpretiamo come i primi segni di civiltà presenti nei reperti
archeologici, apparvero proprio nello stesso periodo in cui avvenne
quest'enorme inondazione e che, forse, sono opera dei sopravvissuti al
diluvio.
A.F.. Puoi spiegarmi come ti sei trovato
coinvolto in questa eccezionale scoperta e come ti hanno accolto gli esperti
dell'Istituto Nazionale Indiano di Oceanografia?
G.H. Il team indiano mi ha accolto molto bene
fin dall'inizio. Il mio interesse verso l'India risale a molto tempo fa: la
prima volta in cui sentii parlare di una città sommersa in India fu nel
1992 e, in quello stesso anno, mi recai sul posto ma non ho potuto
immergermi nel sito, che si chiama Duhaka e si trova nel nord-ovest
dell'India, prima del 2000. Per potermi immergere fu necessario incontrare i
responsabili dell'Istituto Nazionale di Oceanografia, perché sono loro i
responsabili del sito, e ci volle quasi un anno prima di riuscire ad
ottenere il permesso di effettuare le immersioni. Comunque, quel sito non è
antichissimo: quando mi recai là ero aperto a qualunque possibilità ma
sono giunto a questa conclusione dopo aver osservato le strutture, che si
trovano in acque basse e presentano somiglianze con uno stile architettonico
indiano più recente, forse medievale. Tuttavia, pur non essendo molto
antico, quel sito per me rappresentò l'ingresso nel mondo misterioso
dell'archeologia indiana, nonché l'occasione di entrare in contatto con
l'archeologia subacquea indiana e riuscire a compiere delle immersioni in
altri siti. Vorrei chiarire che le due città sommerse del nord-ovest sono
state scoperte da un altro istituto indiano, con iniziali simili:
l'Istituto Nazionale per la Tecnologia Oceanografica. Non sono archeologi ma
oceanografi e, a maggio dell'anno scorso, stavano redigendo una mappa del
fondale nel Golfo di Cambay e svolgendo delle ricerche sull'inquinamento
della zona, quando scoprirono la presenza delle strutture con il sonar a
scansione. Non appena la notizia venne resa pubblica, io li chiamai e rimasi
in contatto fino a novembre-dicembre 2001, quando mi recai sul posto per
lavorare con loro.
A.F. Che tipo di reperti sono stati analizzati,
finora, e come sono stati recuperati dal mare?
G.H. I reperti sono stati recuperati con uno
speciale braccio meccanico. L'imbarcazione è stata posizionata proprio
sopra le strutture individuate dal sonar ed il team ha calato sul fondale il
braccio meccanico, che ha riportato in superficie i manufatti direttamente
dal sito. Questo è l'unico modo in cui sono riusciti a recuperare i
manufatti, finora, perché immergersi in quella zona è estremamente
complicato e difficile: prima di tutto il sito si trova a grande profondità,
poi ci sono delle correnti molto forti. Effettuare un'adeguata operazione di
immersioni - che, comunque, compiremo in marzo - richiede un supporto
logistico maggiore di quello che avevamo a disposizione all'epoca. L'uso del
braccio meccanico è un sistema piuttosto rozzo, ma avevamo bisogno di
stabilire se, effettivamente, nel sito si trovassero dei manufatti oppure
no. Avendo ormai accertato la presenza di manufatti, il braccio meccanico
non verrà più utilizzato, ma si procederà con le immersioni.
A.F. Fra i reperti recuperati, vi sono oggetti
che presentano iscrizioni o qualche forma di scrittura?
G.H. Sì, uno dei reperti è un frammento di
pietra con dei caratteri in rilievo sulla superficie che sembrerebbero
proprio una qualche forma di scrittura.
A.F. Caratteri simili alla scrittura dell'Indo?
G.H. Sono differenti, ma si possono riscontrare
delle somiglianze. Credo che esista senz'altro una connessione tra questa
civiltà e quella dell'Indo anzi, per la precisione, credo che la civiltà
dell'Indo sia semplicemente una forma più tarda di quella stessa cultura
che costruì le città sommerse. Penso vi sia una continuità culturale in
India e che le origini della civiltà dell'Indo siano da ricercare proprio
sott'acqua. Ma bisogna risalire molto indietro nel tempo, fino a 8.000/9.000
anni fa, per trovare queste origini.
A.F. Ho letto che alcuni archeologi americani,
come Garrett Fagan, stanno levando strali contro di te, accusandoti di
volerti appropriare indebitamente di una scoperta di grande valore
scientifico. Noi sappiamo che non è vero, ma cosa rispondi ai tuoi
detrattori?
G.H. In verità, io ho semplicemente fatto il
mio dovere di reporter, riferendo la storia della scoperta dei manufatti e
delle città sommerse compiuta dai ricercatori indiani. Se io non avessi
riportato la notizia, sicuramente non avrebbe avuto una tale risonanza, in
Occidente; addirittura, inizialmente in Gran Bretagna la notizia fu
totalmente ignorata ed ero stupefatto che nessun giornale se ne occupasse,
così cercai di attirare l'attenzione del pubblico sul ritrovamento e
scrissi alcuni articoli in proposito. Tutto qui, ma non è una mia scoperta,
la scoperta è del NIOT e non ho mai affermato il contrario, quindi trovo
molto strano che mi si accusi di rubare il merito di questo ritrovamento. Il
lavoro del reporter consiste nel riferire le notizie ed è esattamente
quello che faccio.
A.F. Le immagini sonar mostrano strutture di
una complessità sbalorditiva, per una civiltà preistorica. Ci sono altre
informazioni circa la composizione architettonica di questi centri urbani?
G.H. Le uniche nuove informazioni provengono da
un'analisi tecnica della porzione inferiore delle strutture, sottostante il
fondale, che mostra delle fondamenta molto dense e massicce, quasi
sicuramente costituite da enormi blocchi di pietra: sembra, quindi, che le
costruzioni furono concepite su scala estremamente vasta. Quel che lascia
perplessi è il fatto che i reperti recuperati finora non sono affatto
spettacolari, sono proprio il genere di oggetti che ci si aspetterebbe di
trovare in un insediamento indiano di circa 9.000 anni or sono. L'unica loro
particolarità sorprendente è il fatto di trovarli nel contesto di queste
grandi città sommerse. Sembra molto strano che lo stile dei manufatti sia
tipico di altri siti dello stesso periodo ma che il sito stesso in cui sono
stati trovati sia completamente diverso, molto più complesso e ben 150
volte più vasto di qualunque altro insediamento della stessa epoca.
A.F. Tu affermi che le analisi al Carbonio 14
datano queste città al 9500 a.C. circa, mentre le dichiarazioni ufficiali
citano il 7500 a.C. Sono entrambe date molto remote ma c'è uno scarto di
2.000 anni. Puoi spiegare questa discrepanza?
G.H. No, non è esatto. In realtà, uno degli
oggetti esaminati al C-14 risale a 9.500 anni fa, ovvero esattamente al 7500
a.C. mentre un altro reperto risalirebbe ad un migliaio di anni prima di
questa data, cioè 10.500-11.000 anni fa.
A.F. Ok,
chiarito l'equivoco. Ma com'è possibile che una civiltà di almeno 9.000
anni fa fosse in grado di erigere dei centri urbani di questo tipo? Secondo
gli archeologi, in quel periodo della civiltà dell'Indo erano appena sorti
siti come Merghar - più simili a piccoli villaggi che a vere e proprie città
- come spieghi questa anomalia?
G.H. L'unica ipotesi che posso avanzare è che
lo sviluppo dell'agricoltura sia avvenuto prima di quanto si pensi, e che
abbia avuto luogo proprio nelle grandi pianure presso le coste. Per qualche
motivo, questo antico popolo era decisamente gente di mare: vivevano lungo
la costa, vicino al mare. All'epoca il clima nelle regioni dell'interno era
sicuramente molto arido, freddo ed inospitale e, quindi, non avevano grandi
incentivi per trasferirsi nei territori interni. Ripeto, la mia è solo una
teoria, ma credo che la spaventosa alluvione che distrusse queste città
lasciò comunque dei sopravvissuti e un sito come Merghar potrebbe essere
stato costruito proprio dai superstiti di quell'anteriore, ormai perduta,
civiltà costiera.
A.F. È una teoria molto interessante: una
storia analoga a quella di Nevali Çori e Çatal Höyük, in Turchia.
G.H. Sì, esatto. Sussistono molti misteri,
riguardo Merghar, perché i suoi primi abitanti conoscevano già le tecniche
di allevamento e l'agricoltura, sapevano già erigere costruzioni di
mattoni, possedevano molte abilità che avevano evidentemente sviluppato
altrove, ma nessuno sa dove.
A.F. Se la datazione al C-14 suggerita si
rivelerà corretta, credi che sarà necessario riesaminare anche le attuali
datazioni delle progredite civiltà di Harappa e Mohenjo Daro?
G.H. No, osservando i resti di città come
Mohenjo Daro, Harappa e Dolavira, credo che le loro datazioni siano,
probabilmente, esatte. Inoltre, ripercorrendo l'evoluzione di queste città
indietro nel tempo, si può notare un ininterrotto processo evolutivo, a
partire da insediamenti primitivi come Merghar, fino allo sviluppo dei
grandi centri urbani tipici della civiltà dell'Indo. Quello che sostengo,
invece, è che andrebbe considerata molto più attentamente l'evoluzione
avvenuta prima della costruzione di Merghar, perché gli indizi suggeriscono
che, in un periodo anteriore, vi fu una civiltà molto più progredita che
in seguito fu distrutta e che poi risorse lentamente, sia a Merghar che in
altri siti. Ed è esattamente quel che sostengono tutti gli antichi miti
indiani…la storia del dio Manu parla proprio di questo. Non è un caso se
Manu viene ricordato come il custode delle sementi e come colui che
ripristinò l'agricoltura dopo il Diluvio.
A.F. Molto interessante. Questo ritrovamento
sembra confermare che le culture più evolute appena uscite dall'Era
Glaciale fossero insediate nell'area situata fra gli attuali Afghanistan,
Pakistan e India. Come inseriresti questa nuova scoperta nel panorama del
concetto accademico, a mio parere discutibile, delle invasioni Arie?
G.H. Credo che le invasioni Arie siano una
finzione ed una completa assurdità, in realtà non sono mai avvenute. Anche
molti accademici ortodossi come il britannico Colin Renfrew, ad esempio,
sono assolutamente certi che non vi fu mai nessuna invasione Aria, che non
sono mai esistite le popolazioni Arie e che l'intera faccenda sia una
semplice fantasia, inventata durante il periodo dell'imperialismo britannico
per tentare di risolvere un enigma linguistico. All'epoca trovarono degli
indizi che suggerivano una connessione fra il sanscrito, il latino ed il
greco e, convinti com'erano della superiorità della cultura latina e greca
rispetto a quella indiana, ipotizzarono che il sanscrito fosse nato in
occidente e che si fosse poi spostato in oriente, attraverso le fantomatiche
invasioni. Ovviamente, è molto più logico che sia avvenuto il contrario,
ovvero che il sanscrito sia originato in India, in quelle pianure costiere
oggi sommerse, e che si sia poi diffuso dall'oriente verso l'occidente.
Non esistono prove che siano avvenute le invasioni Arie ed è verosimile che
le lingue indo-europee siano state usate in India per più di 8.000 anni.
Questo è il punto di vista di Colin Renfrew e io lo condivido.
A.F. Oltre alle due città sommerse in India,
quali sono stati i siti che hai esplorato durante le tue ricerche per il
libro "Underworld" e quale, tra questi, presenta le prove più
evidenti dell'esistenza di un'antica civiltà pre-diluviana?
G.H. Senz'alcun dubbio quelli situati in
Giappone e fra Taiwan e la Cina. La zona lungo le coste orientali cinesi,
che è larga 1.500 chilometri e si estende ininterrottamente dall'estremità
meridionale della Cina fino alla penisola coreana, fu completamente sommersa
dalle acque alla fine dell'Era Glaciale. Ed è esattamente in quest'area,
nel Giappone meridionale e fra Taiwan e la Cina, che troviamo affascinanti
rovine sommerse (cfr HERA 21). Io credo che appartengano ad un
"episodio mancante" nella storia della civiltà di quella zona
geografica. Quindi, oltre all'India, è questa l'area che prediligo.
Comunque, anche il Mediterraneo è una zona interessante: come sai, ho
svolto una discreta quantità di ricerche su Malta e credo ci sia davvero
molto da scoprire, in quei fondali.
A.F. Anche il tuo documentario su Malta ha
scatenato parecchie controversie…
G.H. È vero. Sfortunatamente, trattandosi di
un documentario televisivo, non fornisce delle informazioni dettagliate e
contiene solo un paio delle mie idee su Malta. Ma il 99% di quello che ho da
dire su Malta si trova nel libro, quindi credo che, leggendolo, la gente
otterrà il quadro completo del contesto in cui s'inseriscono le mie
osservazioni e le comprenderà molto meglio.
A.F. L'idea di Atlantide che avevi espresso in
"Impronte degli Dèi" e "Custode della Genesi " sembra
trasformarsi in qualcosa di più complesso e vasto, in "Lo Specchio del
Cielo". Qual è il modello di Atlantide che presenti in "Underworld"
?
G.H. Ho sempre pensato che quello di Atlantide
fosse solo uno dei circa 600 miti riguardanti il Diluvio finora scoperti, in
giro per il mondo. La maggior parte di essi ha diverse caratteristiche in
comune con la storia di Atlantide, ad esempio l'esistenza di un'antecedente
civiltà altamente progredita, punita dagli dèi per aver commesso qualcosa
di imperdonabile e distrutta da una terribile alluvione. Questo è un tema
molto comune e ricorrente in tutte le culture del mondo, quindi non trovo
nulla di davvero speciale nel mito di Atlantide, a parte il fatto di
fornirci una datazione precisa per quell'evento, che avvenne intorno agli
11.600 anni fa, come ben sai: datazione che corrisponde perfettamente ad un
periodo di rapido scioglimento dei ghiacci, successivo all'ultima Era
Glaciale. È estremamente difficile capire come Platone possa aver scelto
casualmente tale collocazione temporale perché, se avesse voluto scegliere
intenzionalmente un periodo in cui il mondo era effettivamente colpito da
alluvioni su vasta scala, catastrofici terremoti e violente eruzioni
vulcaniche, l'epoca più indicata sarebbe stata proprio 11.600 anni fa.
Per quanto riguarda la loro cultura, cerco di non fare troppe congetture sul
livello di civiltà che avevano raggiunto, ma non ho alcun dubbio che si
trattasse di una civiltà progredita, perfettamente in grado di disegnare
mappe del mondo intero. Credo che questo sia l'indizio più evidente del
loro elevato grado di civiltà, infatti, in "Underworld" ne parlo
diffusamente e presento un vasto corpus di nuovi materiali assolutamente
inediti, riguardanti quelle antiche mappe. Ho evitato di ripetere
ragionamenti già esposti prima, non mi sembrava necessario; ho cercato solo
materiali completamente nuovi, che dimostrano la perfetta analogia esistente
fra le antiche mappe e quelle moderne basate su rilevamenti scientifici, per
quanto riguarda l'aspetto della Terra alla fine dell'Era Glaciale. Penso che
una cultura di questo livello si possa definire estremamente
progredita…anzi, forse non si trattò di un'unica civiltà: credo che, nel
caso dell'India, abbiamo a che fare con almeno due distinte civiltà, una
nel nord-ovest e l'altra nel sud-est, che avevano dei contatti e
condividevano concetti religiosi e idee ma che erano, comunque, diverse. E
poiché credo che circostanze analoghe si siano verificate in tutto il
mondo, forse non è il caso di parlare di un'Atlantide ma di molte Atlantidi.
A.F.. Le tracce di questa civiltà sono
evidenti non solo nelle vestigia archeologiche ma anche nel patrimonio
spirituale dell'umanità, che sembra avere un nucleo comune. Cosa ne pensi?
G.H. Credo che sia assolutamente vero. Proprio
per questo motivo non mi sono limitato ad esplorare i siti sommersi, in
"Underworld", ma mi sono concentrato sullo studio degli antichi
testi religiosi indiani, i "Veda". Io penso che la prima civiltà
sviluppatasi in India fosse una cultura estremamente spirituale e che la
spiritualità fosse la sua vera essenza. Infatti, fu precisamente questo
aspetto che cercarono di salvare, quando la loro civiltà fu distrutta, e i
Veda erano i loro testi sacri - come, del resto, narrano i Veda stessi -
testi che vennero poi riutilizzati nella nuova era del mondo, riscoperti e
resi pertinenti alle mutate condizioni di vita ed al nuovo stato di cose.
Quindi, sono convinto che i Veda ci forniscano una visione incredibilmente
approfondita del carattere delle culture del remoto passato. In altri libri
avevo esaminato gli antichi testi sacri egizi, ma in "Underworld"
mi sono concentrato quasi esclusivamente sui testi indiani e, marginalmente,
su alcuni testi giapponesi.
A.F. Sembra che, al largo di Cuba, giacciano
delle strutture piramidali, a circa 800 metri di profondità. È una
profondità assai maggiore del sollevamento del livello dei mari avvenuto
alla fine dell'Era Glaciale. Ho visto le immagini sonar e sono eccezionali.
In base alla tua esperienza, come spiegheresti questa anomalia?
G.H. Sì, le "piramidi" di Cabo San
Antonio…ho dedicato tre o quattro pagine del libro a questo ritrovamento,
penso si tratti di una scoperta molto interessante. Ho motivo di credere
che, nell'arco di quest'anno, ci saranno delle rivelazioni, riguardo questa
città sommersa. Penso che abbiano già scoperto qualcosa e che non si
tratti di formazioni naturali…questa è la mia opinione (cfr. HERA N°19 -
25). Anche perché quella è proprio una delle zone in cui ci si
aspetterebbe di trovare delle strutture: intorno al Centroamerica, che fu
uno dei maggiori centri in cui si svilupparono delle grandi civiltà, in
epoche successive.
Nel caso di Cabo San Antonio, abbiamo chiesto ai geologi quale fenomeno
potrebbe giustificare la presenza di strutture architettoniche ad una tale
profondità, perché il sollevamento dei mari, effettivamente, non è
sufficiente a spiegarla. Se si trattasse solo di questo, la città, o
qualsiasi cosa sia, non potrebbe trovarsi ad una profondità maggiore di 120
metri. Secondo alcuni potrebbe essersi trattato di un massiccio franamento
del terreno sottomarino: è uno dei fenomeni più probabili, in quella
particolare area geologica, e si sa che eventi del genere sono già
avvenuti, in passato. Una frana del genere può far inabissare una vasta
area di territorio molto rapidamente e a grande profondità. Ci tengo a
sottolineare che sto solo facendo delle congetture, basandomi sulle scarne
informazioni che sono trapelate finora. D'altra parte, ho buone speranze che
tali congetture prenderanno corpo nel corso di quest'anno.
A.F.. Bene, un'ultima domanda: quali sono i
tuoi progetti futuri?
G.H. Insieme a Robert Bauval sto finendo la
stesura di un libro, per il quale abbiamo firmato un contratto nel
1994…forse Robert te ne ha parlato, s'intitola "Talisman".
Dopodichè, intendo scrivere un libro sulle origini dell'uomo, risalendo
ancora più indietro nella nostra storia…ma questo è un progetto a lungo
termine.
A.F. .Ok, Graham, grazie per la tua
disponibilità.
G.H. È stato un piacere, Adriano, a presto!
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