| 1.
L'ACROSTICO - Nei
componimenti poetici si dice acrostico (dal greco àkros “alto, sommo, estremo”
e stìkhos ”verso”) quella figura antichissima (presente già nella letteratura
babilonese) in cui le prime lettere di ogni verso, lette dall’alto in basso,
danno un nome, una parola o una frase. Quando il nome, la parola o la frase
emergono dalla lettura dall’alto in basso delle lettere poste, rispettivamente,
al centro o al termine del verso, si ha allora un mesostico (dal greco mèsos
”intermedio”) oppure un telestico (dal greco télos “fine, termine”).
L’acrostico può essere
una gran risorsa per chi vuole fare colpo in amore. Provate ad immaginare
di ricevere una poesia a voi dedicata e di scoprire che il vostro nome appare,
per incanto, in quel testo (grande o piccolo che sia il suo valore): sicuramente
saranno forti gli stimoli emotivi che faranno battere intensamente il vostro
cuore… anche per la certezza che quella composizione poetica è proprio diretta
a voi, né potrà mai essere riutilizzata per altre dediche amorose.
Con gli acrostici potrete così seguire le orme di tanti famosi poeti (da
Ennio a Dante Alighieri, da Teofilo Folengo ad Apollinaire e a Giuseppe
Gioachino Belli), tra i quali voglio citare in ispecie Matteo Maria Boiardo,
poeta del Quattrocento, che pone in risalto nei suoi sonetti il nome dell’amata
Antonia Caprara: vedi, tra l’altro, i versi del quattordicesimo sonetto
del suo Canzoniere (Amorum libri tres).
Un esempio da non seguire è, invece, quello di Giovanni Boccaccio, novelliere
sì, ma anche ottimo poeta con opere quali il poema in terza rima dal titolo
Amorosa Visione. Va premesso che in giovanile età Boccaccio, frequentando
la corte del re Roberto d’Angiò, ebbe modo di conoscere una misteriosa gentildonna
napoletana, da lui cantata con il nome di Fiammetta sia nell’Amorosa Visione
che in Filostrato, nel Ninfale Fiesolano e nella Elegia di Madonna Fiammetta.
Ebbene, volendo stupire l’amata, Boccaccio creò nell’Amorosa Visione uno
dei più spettacolari esempi di acrostico che la letteratura mondiale ci
abbia mai tramandato: un immenso gioco linguistico che vede tutte le lettere
iniziali delle terzine e dei versi finali di ciascun canto (in totale 1.502
lettere) formare i versi di tre sonetti, di introduzione al poema, espressamente
dedicati a Fiammetta.
Cara
Fiamma, per cui ‘l core ò caldo,
que’ che vi manda questa Visione
Giovanni è di Boccaccio da Certaldo.
|
(vv.15-17 primo sonetto)
Un esempio di acrostico-telestico
per Maria Luisa può essere la poesia da me scritta in onore di Maria Luisa
Spaziani in occasione del Premio Viareggio da lei ottenuto nel 1981. Il
telestico è ovviamente molto più difficoltoso in una lingua come l’italiano,
dove le parole terminano soprattutto con una vocale e raramente con una
consonante.
Viareggio 1981
Maria Luisa il booM
Alfin ti premiA
Rifulge il tuo poetaR
Inni urbi et orbI
Accompagnano la fama meritatA
Loico e ludico dal cieL
Un sorriso ti porge belzebU
I tuoi versi stregatI
Scorron fermi a tempo di blueS
AlleluiA
|
2.
IL TAUTOGRAMMA
- "Veni, vidi, vici" (Venni, vidi, vinsi) è il celeberrimo messaggio
con cui, secondo Plutarco, Cesare comunicò al Senato la sua vittoria su
Farnace re del Ponto: tre semplici parole che, nella loro sinteticità,
esprimevano in modo perfetto quanto rapida e facile fosse stata quell'impresa.
Ma Cesare volle rendere il suo annuncio ancor più prezioso sul piano linguistico,
scegliendo tre parole che iniziano tutte con la lettera V.
Quando un accorgimento del genere si applica in una frase di maggiori
proporzioni, ovvero in una poesia, si può allora parlare di "tautogramma",
un genere che, dopo essere stato frequentemente usato nella latinità,
si ritrova più raramente nelle epoche successive.
L'esempio più noto è senz'altro quello di un verso di Ennio, venerato
come il "padre" della poesia latina, che nel suo monumentale
poema epico "Annales" celebra la storia di Roma dalle origini
sino ai tempi dell'autore (239-169 a.C.). In un passo degli "Annales"
egli cita Tito Tazio, leggendario re dei Sabini che prese le armi contro
Roma per vendicare il ratto delle donne del suo popolo, così dicendogli
"O Tite, tute, Tate, tibi tanta, tyranne, tulisti" ("O
re Tito Tazio, quanti travagli hai tu dovuto sopportare"). Tutte
le parole di quel verso, salvo il vocativo O, iniziano con la lettera
T.
Le storie letterarie ci indicano alcuni poeti, tra cui Clément Marot (uno
dei "grands rhétoriqueurs"), il secentista Ludovico Leporeo
ed il contemporaneo Jacques Prévert, quali autori di tautogrammi, anche
se in brevi segmenti. Altri autori, anche se attualmente quasi del tutto
dimenticati, hanno compiuto invece nel campo del tautogramma vere e proprie
imprese poetiche, che li rendono degni di una nostra ammirata citazione:
Ucbaldo di Saint-Amand, vissuto sul finire del secolo IX, che dedicò all'arcivescovo
di Magonza la "Egloga de calvis" in 164 versi tutti con parole
inizianti per C; il domenicano Léon Plaisant, che fece stampare nel 1530
ad Anversa un poemetto in 250 versi dal titolo "Pugna porcorum"
in cui le iniziali sono sempre P; il tedesco Cristiano Pierius che, a
sua volta, ha edito nel 1576 un poema dal titolo "Christus crucifixus"
(ristampato a Jena nel 1708) in cui i versi tautogrammatici in C sono
addirittura 1200.
Infine è da ricordare Luigi Groto, poeta e drammaturgo italiano (1541-1585),
detto il "Cieco d'Adria", che con i suoi versi, in cui abbondano
incredibili giochi linguistici, rallegrava le corti dell'epoca. Dal suo
volume "Rime", stampato a Venezia nel 1605, traggo, a vostra
edificazione, questo sonetto con iniziali tutte in D, dedicato da Groto
ad una certa Deidamia, alquanto riluttante.
Donna da Dio discesa, don divino,
Deidamia, donde duol dolce deriva,
Debboti donna dir, debbo dir diva,
Dotta, discreta, degna di domino?
Datane da destrissimo destino,
Destatrice del dì dove dormiva,
Delle doti donateti descriva
Demostene, dipingati Delfino.
Distruggemi dolcissimo desio
Di divolgarti, disperol dapoi
Diffidato dal dur depresso dire.
Dunque da che dicevol detti Dio
Dinegami, discolpami; dipoi
Dimostra di degnarti del desire.
|
E dopo il sonetto di Luigi Groto, una mia composizione in P.
Passerotto perché provocarmi persistenti passioni?
Perché procurarmi pesanti pene, patimenti pazzeschi?
Perché prendermi perfidamente per pirla?
Perché pugnalarmi?
Per poterti possedere presi parecchie pasticche
promettenti portentose prestazioni
procacciandomi progressive paralisi prostatiche.
Per poterti prendere pregai padre Pio.
Purtroppo preferisci pischelli pedicellosi
piuttosto prestanti.
Pappateli, pappateli pure.
Pallido piagato piegato prosternato
preferisco perire perdendoti.
Però perché perire?
Pagando potrei pigliare, per puro passatempo,
prelibate pollastrelle, piacenti puttanelle.
Puah.
|
3.
IL NOTARICO - Quando una serie di vocaboli costituisce,
nel suo insieme, una entità a sé stante, può convenire usare le lettere
iniziali di quei vocaboli per creare una nuova denominazione, molto più
breve e quindi più facile a dirsi e a ricordarsi. Uno dei primi esempi
che vengono alla mente è quello della FIAT, un nome che ha preso il posto
di Fabbrica Italiana Automobili Torino, oppure USA in luogo di United
States of America, IVA invece di Imposta sul Valore Aggiunto e, nell'antica
Roma, SPQR per definire il Senato e il Popolo Romano (Senatus PopulusQue
Romanus). Gli esempi sono innumerevoli, particolarmente in questi anni
dominati dall'esigenza e dal gusto della velocità, così che la nostra
epoca appare invasa dalle sigle, altrimenti dette, in senso più tecnico,
acronimi, dal greco akros (sommo, estremo) e onoma (nome), a significare
un nome formato con le iniziali di altre parole.
La conoscenza del meccanismo degli acronimi può servire a decifrare fatti
altrimenti inspiegabili, come quello dei primi cristiani che si raccoglievano
sotto l'insegna del "pesce", in greco ichthys, un nome che nasce dalla
congiunzione delle iniziali della loro professione di fede: Iesous Chreistos
Theou Yios soter ("Gesù Cristo figlio di Dio, Salvatore"). Più nota è
l'esclamazione che i patrioti del Risorgimento beffardamente proferivano
dinanzi agli ignari poliziotti austriaci: "Viva Verdi", ossia, attraverso
l'acronimo, "Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia!".
Questa rubrica, invero, è dedicata alla poesia, per cui è tempo di aggiungere
che, quando l'acronimo è formato dalle lettere iniziali di parole che
formano un verso, si parla allora di notarico, così come suggerisce Giovanni
Pozzi nel suo volume Poesia per gioco (Il Mulino - Bologna 1984). Lo scrittore,
peraltro, non fornisce alcun esempio di notarico in poesia, sostenendo
che questa figura retorica sia stata utilizzata esclusivamente in ambito
esoterico ovvero per definire in modo icastico le qualità di una persona.
Il sottoscritto è invece riuscito, nonostante l'evidente difficoltà di
comporre poesie di tal fatta, a scrivere ben tre notarici, di cui per
vostra edificazione si forniscono i testi.
In tanto algor le griglie avvampano sicure
Italgas Tu Ami La Gente Assicurando Soffici
Irradianti Tepori, Aleggian Le Guizzanti Agili Spire
In Tracotante Allegria. La Giuliva Azzurrità Sfavilla
Innalzando Trionfi A La Guida Aziendale Suprema.
In Tanto Ardor Le Gesta Ancorché Secolari
Inseguon Traguardi Ambiti: La Grande Avventura Séguita.
|
(versi apologetici
in forma notarica, sia per il titolo che per i versi, scritti per una
ricorrenza celebrativa della costituzione dell'Italgas)
Sull'isola
Sull'isola lontana verde intricata aprica
Altre nubi germogliano entro logica antica
Rugiadano erbe nuove al tramonto assetate
Ai miei aridi nodi duramente annodate
Timidi eventi roridi e silenziose attese
Insidie miti ebbrezze laggiù dormono arrese
Nelle ore vecchie estenuano le lancette azzerate
Alterità gementi nell'estro senza estate
Ecco l'isola ambita nascostamente amata
Meta inebriante riva imboccata a molliche
Improbabile spiaggia in direzione errata
Lente assembrate uguali recalcitranti amiche
Inondan vagheggiando amor nell'assoluto
Ahimè restare isola a niun negando aiuto.
|
(settenario doppio in forma di acrostico-notarico: le lettere iniziali di ciascun verso, lette dall'alto in basso, danno i nomi
SARA, TINA, EMILIA; le lettere iniziali delle parola che compongono ciascun verso danno i nomi SILVIA,
ANGELA, RENATA, AMANDA, TERESA, IMELDA, NOVELLA, AGNESE, ELIANA, MIRIAM,
ISIDE, LAURA, IVANA, ARIANNA).
Silvia
Scorgevo il lume verde in alto
sembrava indicarmi la via invano attesa
sogno inseguito luogo vietato impazienza arresa
sentivo invitante la voce in ascolto
sull'isola lontana verde intrigata aprica
s'infittiva la voglia insaziabilmente antica
sono invereconde le voracità in amore
speranza inguaribile lasciami volare improvvisato attore
sorgi illuminando la via invitante aurora
splendi iridescente luce voglio illudermi ancora.
|
4.
IL LIMERICK
– Edward Lear, letterato inglese noto, ai suoi tempi, soprattutto
come disegnatore e pittore, tanto è vero che ebbe l’onore di impartire
lezioni di disegno alla regina Vittoria, pubblicò a Londra nel 1846 un
libro dal titolo “A Book of Nonsense” (“Il Libro dei Nonsense”)
contenente 110 divertenti composizioni poetiche di cinque versi ciascuna,
tutte illustrate da disegni caricaturali. Venticinque anni dopo lo
scrittore pubblicò un secondo volume “More Nonsense” (“Nuovi
Nonsense”) con altre 103 poesie, sempre accompagnate dai deliziosi
disegni dell’autore.
Queste brevi poesie hanno una particolare forma metrica e sono
ovviamente caratterizzate dal nonsense. Le rime seguono sempre lo schema
AABBA; il terzo e quarto verso hanno due soli accenti e, nella traduzione
in italiano, conservano un buon ritmo utilizzando l’ottonario; gli altri
tre versi hanno tre accenti e in italiano sono resi bene
dall’endecasillabo.
Un’altra caratteristica di queste composizioni è quella di indicare al
primo verso chi è il personaggio di cui si parla (“There was an Old Man
of the West – C’era un vecchio signore d’occidente”). Negli altri
tre versi si narra una storiella del tutto assurda (“Who wore a pale
plum-coloured vest;/ when they said ‘Does it fit?’/ he replied ‘Not
a bit!’ – Che indossava un panciotto deprimente;/ all’udir ‘Ti
sembra adatto?’/ rispondeva ‘Niente affatto!’”). L’ultimo verso,
infine, riprende in qualche modo il primo (“That uneasy Old Man of the
West – Quell’infelice vecchio d’occidente”).
Il nome di “limerick” con cui sono ormai note queste poesie di
Lear, e quelle scritte dagli altri autori che hanno usato il suo medesimo
schema poetico, ha origini misteriose. L’interpretazione più diffusa fa
derivare quella denominazione da un coro conviviale, di analoga struttura
prosodica, caratterizzato da una scherzosa evocazione della città
irlandese di Limerick.
Quanto al “nonsense”, che è un vocabolo inglese divenuto
oramai di uso universale, il significato è ovvio: ciò che è privo di
senso comune, che è assurdo, illogico. “È l’incongruità trionfante
– scrive John Boynton Priestley a proposito dei versi di Lear – è
l’assurdo trasportato in un’atmosfera poetica. È una felice vacanza
dal mondo dei sensi, un rapido scorcio di un altro mondo più pazzo del
nostro...“.
Carlo Izzo, nella sua introduzione all’edizione einaudiana de
“Il Libro dei Nonsense”, osserva a sua volta che il nonsense non va
fatto rientrare nella categoria dell’umorismo, anche se teoricamente
esso è rintracciabile in ogni espressione che sia o pretenda di essere
umoristica. Manca infatti nel nonsense ogni più lontana parvenza di realtà:
i protagonisti dei limerick sono invenzioni del tutto astratte, “omini
di gomma” che non mostrano nulla di raccapricciante anche se si tagliano
le unghie con la sega.

(traduzione
di Carlo Izzo)
Lo spirito del
nonsense è una caratteristica precipua della mentalità inglese: c’è
soprattutto il rispetto del mondo privato altrui, che porta a giustificare
ogni stramberia del prossimo. Nella letteratura inglese non mancano esempi
che dimostrano questa particolare tendenza naturale, da John Skelton a
Laurence Sterne, dal teatro elisabettiano a Charles Dickens, sino a Lewis
Carroll.
Edward Lear frequentò per lunghi periodi, dal 1832 al 1837, Edward Lord
Stanley conte di Derby, che lo aveva incaricato di disegnare gli animali
che popolavano la sua tenuta di Knowsley. Le frequenti visite di nipoti e
pronipoti del vecchio conte indussero Lear a disegnare per loro buffi
animali e omini, accompagnando i disegni con versetti scherzosi. Questa è
l’origine delle future rime con cui Lear è passato alla storia
letteraria.
I bambini, invero, come ho potuto accertare in occasione delle mie lezioni
di poesia presso le scuole medie, sono in grado di capire e apprezzare,
ancor meglio degli adulti, il nonsense; ma sono anche capaci di scrivere a
loro volta deliziosi versetti senza senso, con le rime al posto giusto.
Di questo e altro, con significativi esempi molto divertenti, si potrà
parlare nella prossima lezione.
Volete cimentarvi anche voi in queste ardue composizioni?
Saremo lieti di pubblicare le
migliori che ci perverranno.
Inserite anche il vostro recapito per nuove iniziative
future
Torna su
|
Plinio
Perilli
Poesia classica
1°
- 2° - 3°- 4°- 5° lezione
Giorgio
Weiss
Poesia giocosa
1° - 2° - 3°- 4° lezione
Le
vostre poesie
|